Ciao crocieristi! Ho terminato il capitolo 19, alcuni residenti stanno organizzando una spedizione. La lettura procede lenta, un po' per il ritmo e un po' perché sono un po' affannata in questo periodo. Ma ho seguito con interesse il formarsi delle nuove relazioni, e l'inizio della danza di corteggiamento tra Rachel e Terence, niente affatto spensierata, anzi, gran fonte di angoscia (per loro e anche un po' per noi).
È vero che c'è un bel po' di tira e molla, ma non c'è un rapporto inseguitore-inseguito: entrambi i ragazzi hanno delle riserve. Rachel sta ancora scoprendo il mondo, non ha ancora volontà ben definite, e lo sa, perciò mi sembra che abbia scelto di "giocare in difesa" per non fare passi falsi. Terence ci ha offerto riflessioni più disincantate, basate su una maggiore esperienza. Si vede che è il più mondano dei due: è lui, per esempio, a pensare al matrimonio (all'epoca, l'unica scelta per "approfondire" la frequentazione), lei ancora non è arrivata a quel ragionamento. Comunque, il nostro non fa considerazioni banali. Per esempio: a un certo punto del suo rimuginare osserva che sì, è molto attratto da questa ragazza, ma dopotutto non è che la conosca poi così bene. In parte questo è un atteggiamento difensivo, con cui cerca di minimizzare il sentimento che prova (e che lo mette in difficoltà). Ma in linea generale non ha torto. Noialtri abbiamo il privilegio di poter conoscere un po' alla volta la persona che frequentiamo, e valutare con calma se è un compagno o una compagna affidabile e adatto/a a noi. Allora non si andava tanto per il sottile (e tutt'ora questo privilegio in molte parti del mondo non c'è).
Ora procedo a commentare le vostre osservazioni!
In uno scrittore apprezzo moltissimo l'ironia e in questo romanzo trovo la Woolf particolarmente ironica, ho amato la presentazione della signora Flushing nel capitolo XV "Il signor Flushing...aveva sempre detto che non si sarebbe sposato perché quasi tutte le donne avevano le guance rosse, che non avrebbe mai preso una casa perché quasi tutte le case avevano le scale strette e non avrebbe mai mangiato carne perché quasi tutti gli animali sanguinano quando vengono uccisi; e poi aveva sposato una donna aristocratica ed eccentrica, che di sicuro non era pallida, che aveva tutta l'aria di chi mangia carne e che lo aveva costretto a fare tutte le cose che gli piacevano meno... e quella dunque era la sua signora".
Vero, anche io qui ho apprezzato la penna. Poi è ironica, ma non cattiva, vero? Mi sembra quasi di vedere un sorriso, là dietro.

La Woolf mi stupisce sempre quando parla di rapporti matrimoniali, non solo in questo capitolo ma anche in quelli precedenti. Sostanzialmente per l'autrice il matrimonio è una gabbia e questo suo pensiero lo avevo notato anche nei racconti che abbiamo letto a gennaio. Nonostante Virginia si sia rifugiata nel suo matrimonio e abbia visto nel marito un'ancora di salvezza, comunque lei descrive il matrimonio come un'istituzione in cui si è costretti a fingere, a rivestire un ruolo. Del resto è storia nota che la scrittrice pur rimanendo sposata, per un certo verso anche felicemente, al marito, amava ricambiata Vita Sackville-West, quindi è comprensibile che nei suoi scritti troviamo storie matrimoniali in cui i coniugi non siano esattamente se stessi o comunque vedano nel matrimonio una restrizione della loro libertà.
Ho pensato anche io a questi fatti, mentre leggevo. E ho notato una cosa: molte di noi, durante la lettura, stanno parallelamente indagando sulla vita della Woolf per trovare nessi, parallelismi, approfondimenti. Lo faccio anche io, in realtà da quando ho letto "Mrs Dalloway". In questo siamo molto facilitate perché abbiamo molte notizie sulla sua vita, testimonianze, diari, epistolari ecc. Ma non è una questione di gossip letterario o voyeurismo, almeno non mi sembra: è come se, leggendola, si senta l'esigenza di conoscerla meglio, perché si percepisce che ciò che scrive è in grande continuità con ciò che ha vissuto e osservato.
Mi è capitato di ascoltare un podcast sulla vita di Virginia Woolf in cui si poneva l’attenzione sulla sua salute, sulle sue visoni di demoni nei periodi di crisi e gli incubi che la scrittrice attribuisce a Rachel durante la febbre ce la ricordano.
Questo si riallaccia a ciò che dicevo prima: oltre al modo in cui viveva l'affettività e le relazioni, molto interessanti e sfaccettate, c'è il tema poi della salute fisica e mentale: ha sofferto molto, ha lottato altrettanto. Ne ha anche scritto tanto, direttamente o indirettamente. Si percepisce il suo sforzo e il suo desiderio di comunicare, pur nella confusione che questa condizione le ha sempre calato addosso.
So come finisce il romanzo perché la mia edizione BUR, trattando il libro come un classico, non si è preoccupata nello spiattellare tutto in quarta di copertina, quindi ho letto tutti i vostri spoiler. Sono molto curiosa di arrivare alla conclusione, ma non ho fretta.