Graziella sarebbe bello poterlo fare, magari.
In merito a quello che racconti sull'onestà narrativa trovo che sia un'osservazione molto interessante.
Dal momento che hai avuto modo di riflettere sulla cosa mi chiedo che risposte ti sia data a questo.
Nel frattempo sto proseguendo la lettura e sono molti i fatti di cui mi soprendo, anche se non dovrei. Ad esempio la lotta interna tra gli stessi prigionieri che sgomitano per sopravvivere ad ogni costo.
Taluni sono solidali, molti giungono a compromessi, altri ancora fanno valere la legge del più forte.
Mi ha colpito il dialogo sulle abluzioni, il loro non senso come atto igienico in sé data l'acqua putrida nel Lager ma da praticare in quanto gesto di resistenza, a cui però è difficile mantenere fede.
Una parte che mi ha molto impressionato è quando Levi è in infermeria e ascolta la marcia dall'esterno per la prima volta e lì capisce come i nazisti sanno di aver vinto e di essersi presi ogni cosa compresa la fiamma che arde e smuove l'uomo.
Il Ka-Be nonostante offra un momentaneo riposo del corpo, attanaglia l'animo per la presa di coscienza a cui i prigionieri "sani" si sottragono distratti dal lavoro e dalle bastonate.
Potrei riportare quasi ogni riga letta perché commenterei davvero ogni passo con voi
Io sono sicurissima sull'onestà narrativa di Levi, sicurissima. Lui racconta la verità, io ho confrontato il suo raccontare con infiniti altri deportati, non da ultimo e non certo meno importante con Bettlhaim Bruno, austriaco, preso molto prima del '44 e messo a Dacau. Lui era, perché ora non c'è più, già laureato in pedagogia e si occupava di psicologia infantile, a Dachau ci stette un anno e uso quel tempo dicendosi "non perdiamo la testa e osserviamo gli altri deportati" e questo fece e questo scrisse. Fu fortunato, perché essendo una personalità del mondo accademico-scientifico, fu liberato dai tedeschi dietro forte compenso di un'associazione (credo, americana). Lui nel suo "sopravvissuti" scrisse esattamente le cose che ci racconta Primo Levi, poi ho letto infinite altre testimonianze, di persone sopravvissute che hanno scritto bellissimi e inquietanti narrazioni. sono tutti scrittori della "prima ora" quelli che tornati a casa hanno dovuto scrivere, per sgravarsi l'anima.
Da ragazzina, avrò avuto 10 0 12 anni, ero a Zurigo con mia mamma in una specie di riunione di famiglia, eravamo al ristorante, ero l'unica bambina; gli altri erano i cugini di mia mamma, più di dodici fratelli dello stesso padre ma di due madri diverse, il solito vedovo che morta la prima moglie si risposa. Tutti questi fratelli e sorelle, si erano tutti salvati perché nel lontano 1920 erano emigrati dalla Polonia in Svizzera, e quivi, vi erano restati e fatta la loro vita, tranne la più piccola, Ester, era stata presa in Polonia e si era fatta quattro anni di campo di concentramento. Era stata anche risarcita dal governo tedesco. Era seduta di fronte a me, partecipava alla conversazione, si era fatta una bella vita, ma mia madre mi aveva raccomandato di non chiederle nulla, perché lei non voleva parlare della sua esperienza. Ritornata libera a Zurigo, non ne volle parlare con nessuno.
Ogni vissuto di chi è stato dentro, è diverso, certo ci sono quelli che si sono salvati sbracciandosi e spintonando gli altri, è normale, lo faresti anche tu, anche io, mi sono chiesta mille volete se sarei sopravvissuta, e mi sono detta di no, non lo sarei. Beh allora avevo solo quattro/cinque anni, quando siamo passati in Svizzera con gli spalloni (i contrabbandieri di sigarette). siamo stati fortunati, perché quel giorno gli svizzeri alla frontiera erano in buona, oppure hanno visto che mia mamma nata e vissuta a Zurigo fino al 1923, aveva con se tre figli, perdeva sangue e aveva minacciato le guardie che ci avrebbe ucciso tutti e tre, se ci avessero mandati indietro, e fece vedere una scatola di morfina forte che aveva in borsa e che le serviva per i dolori causati da un tumore all'utero, che le avevano appena bruciato con i raggi X all'Istituto dei Tumori di Milano.
I Segre, padre e figlia con altri amici, anche loro comparsi alla frontiera Svizzera, furono rimandati indietro, non ebbero la stessa fortuna e furono presi, prima dalla Milizia Fascista, poi messi in carcere a San Vittore a Milano, poi messi sui convogli del famoso binario 21.
Eppure la Liliana, una volta tornata in patria, sposò un uomo che si iscrisse e militò nel partito fascista di Almirante. Cosa incredibile, fece anche il deputato credo, e lei che fece? Accettò? si dice che a un certo punto lui dovette lasciare dopo molti anni il partito, perché il suo matrimonio con Liliana stava "un po' scricchiolando".
Ognuno è fatto a modo suo, io con l'età mi limito a guardare, a criticare a bassa voce, a volte a tacere, ma dentro di me purtroppo conservo il mio spirito critico che resta molto altro.
Esco da questo lungo forse fuori topic, ma d'altra parte si sta parlando della Shoha, del giorno delle memoria, e una persona anziana, per forza ha i suoi ricordi, che a volte si mescolano con quelli letterali.
Spero di non aver infastidito nessuno. a volte la vita si intreccia con ciò che leggiamo. Ormai a raccontare non c'è più quasi nessuno.