bibbagood post=58275 userid=1044Anna si riprende decisamente sul finale, anche se il suo cambiamento improvviso sottolinea ancora di più l´apatia che l´aveva caratterizzata nelle pagine precedenti ...
Penserei che l’aggettivo “apatico”, accostato ad Anna, sia calzante quanto lo sarebbe un'ipotetica definizione di “uomo dalla fervida immaginazione” riferito a Karenin.
L’apatia starebbe in effetti ad indicare un’assenza di interessi e partecipazione - e quindi d’emozioni - in un soggetto che tu stessa, nel post successivo, sostieni essere talmente “isterica o emotiva” (come fossero sinonimi
) da “farsi trasportare passivamente (avverbio che guarda caso, con il termine passione, ha la radice in comune) da circostanze e emozioni”.
L’emotività, peraltro, non è affatto in contrasto con la razionalità, perché a guardar bene non esiste alcuna scelta che non sia influenzata in qualche modo anche dai sentimenti e quindi dalle emozioni: a meno di non essere un automa.
La “volubilità” di Anna è così facilmente spiegabile, e comprensibile, data la situazione in cui – anzitutto per sua scelta – s’è venuta a trovare e che la costringe a dibattersi continuamente tra sentimento e rispettabilità, tra amore e famiglia, tra figlio e figlia. Tutte opzioni in contrasto tra loro: ma sfiderei chiunque a giungere - attraverso la logica, o col sentimento – ad una definitiva e serena risoluzione.
Quanto alla presunta incomunicabilità tra Anna e Vronskij, che sarebbe indice di mancanza d’amore, occorre forse attendere la parte sesta, in cui emerge qualche ulteriore dettaglio circa una relazione che per intensità e durata non sarà come quella che lega Levin a Kitty (senza disquisire su quale sia meglio), ma che quanto a comunicabilità pare certamente possedere uno spessore maggiore.
Della sesta parte ho letto una ventina di capitoli: i primi quindici sono appunto dedicati esclusivamente a Levin e Kitty, che continuano a ripetere le stesse scene, usando più o meno le stesse parole. Avrebbero bisogno - a sentir loro - di maggior intimità e solitudine. Lo penso anch'io: perché ogni pretesto è buono a suscitar fraintendimenti. Ma se ad ogni parola, ad ogni gesto e ad ogni sguardo segue un bisticcio, significa che quanto a reciproca comprensione non stanno poi messi meglio dei loro vicini