Giovedì, 01 Gennaio 2026

Gennaio 2025 - Amore liquido

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12/01/2025 12:13 #69448 da SerenaM
Risposta da SerenaM al topic Gennaio 2025 - Amore liquido

bibbagood post=69401 userid=1044Non mi sono ritrovata invece per niente sulle riflessioni sulla consanguineità, anche decisamente antiquate e superate. Dice che la consanguineità è dura, durevole, affidabile, duratura, infrangibile: ma quando mai 

 Per carità, ci saranno casi dove sarà pure così, ma se guardo la stragrande maggioranza della gente che frequento è lo standard non parlare o avere rapporti pessimi con componenti della famiglia stretta, sarebbe per me stranissimo il contrario, che solo perché si é consanguinei allora si ha un rapporto affidabile e infrangibile; anzi, proprio la consanguineità fa sì che fratelli o genitori/figli non si parlino più.

So che questo è un argomento caldo sul forum, c'è già stato un precedente illustre sul tema   però vorrei comunque esprimere il mio accordo con te: i consanguinei te li trovi, ti piacciano o no, ma questo non significa che tu debba per forza averci a che fare. Vale per la famiglia "allargata" (zii, zie, nonni, cugini, parentame vario), e vale anche per la famiglia "ristretta" (genitori e fratelli).
Questa sudditanza verso la stirpe è stata sdoganata ormai da tempo, e nessuno ne sente onestamente la mancanza. 
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12/01/2025 12:40 #69449 da BUM GARDEN
Risposta da BUM GARDEN al topic Gennaio 2025 - Amore liquido
Io di Baumann ho letto "Nati liquidi". Mi è bastato ed avanzato. 

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12/01/2025 12:41 #69450 da SerenaM
Risposta da SerenaM al topic Gennaio 2025 - Amore liquido

Cito un passaggio interessante: "I consulenti consiglierebbero più autostima, auto attenzione e cura di sè, maggiore attenzione alla propria capacità interiore di trovare piacere e soddisfazione, nonché minore "dipendenza" dagli altri e minore attenzione alle altrui richieste di attenzione e cura (...)". 

Non mi è semplice spiegarlo, ma io ho trovato qui la sintesi di numerosi contenuti, specialmente online, che riecheggiano. Sebbene siano in linea di principio cose corrette e condivisibili, mi sembrano (e questo credo sia la tesi di Bauman) prodotti di una concezione puramente individualistica, che considera il singolo sufficiente a sè stesso, trascurando l'importanza delle relazioni sociali.
Concordo su questo punto, e ho capito la sfumatura del tuo commento.
Da una parte è giusto "conoscere se stessi", per parafrasare una famosissima massima. Sono molto affezionata a questo passaggio di "Alice nel paese delle meraviglie": 

 – Ma tu mi ami?, chiese Alice.
– No, non ti amo, rispose il Bianconiglio.
– Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
– Ecco, vedi? – disse Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesca a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò Alice no, non ti amo. Non posso farlo”

Non si può amare davvero un altro se l'altro diventa la nostra "misura di tutte le cose", se l'altro ha il potere di farci esplodere di gioia o di distruggerci completamente. Una persona che non conosce se stessa ha più probabilità di muoversi per il mondo come bendata: ricerca ciò che desidera ma non sa, e nulla di ciò che l'altro può dare sarà mai sufficiente. 
D'altra parte, ricercare una "base sicura" nell'altro è importante e naturalissimo. È il nostro primo istinto di vita; la base sicura preserva la vita. Non si può pensare di divenire rocce inamovibili, di rinnegare la nostra natura sociale e trasformarci in esseri totalmente, incondizionatamente autosufficienti.
Alcuni orientamenti filosofico-religiosi come il buddismo e l'Hare Krishna vedono la liberazione dalle passioni terrene come via finale del processo di crescita interiore. Io ho il dubbio che certe volte ci si nasconda dietro questi orientamenti per giustificare la pura angoscia che "l'altro che noi non conosciamo", che alberga dentro di noi, ci provoca. L'altro/estraneo dentro ci trascina per il bavero dove vuole lui, e non sempre riusciamo a porvi rimedio o a negoziare. Allo stesso modo, l'altro/estraneo esterno, come ci dice Bauman, ci conduce verso orizzonti imprevedibili, acuendo l'angoscia. 
Soluzione suggerita dai consulenti? "Trancia ogni rapporto con gli altri e acquisisci un equilibrio inscalfibile". Non siamo più legati al "conosci te stesso"; abbiamo perso le nostre radici. Ora il consiglio è: "Fuggi te stesso". Molto più comodo, certo... ma con che risultati? 
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12/01/2025 12:52 #69451 da SerenaM
Risposta da SerenaM al topic Re:Gennaio 2025 - Amore liquido

Ho riflettuto molto anche sulla parte successiva in cui dice che ormai il "finché morte non ci separi" assomiglia ad una trappola da scansare: sono sempre meno le coppie che decidono di sposarsi e preferiscono continuare a convivere, molti dicono che è prettamente una questione economica poiché fare una festa di matrimonio al giorno d'oggi è piuttosto costoso, ma in realtà è palesemente il desiderio di non avere quel legame vincolante, perché se lo si desidera ci si potrebbe anche sposare civilmente e senza troppi fronzoli. Io e il mio fidanzato, con cui convivo da 8 anni, abbiamo deciso di sposarci e devo ammettere che ho sentito la differenza nella nostra coppia, ho sentito l'importanza e il peso di questa decisione ma ho anche sentito che fosse il giusto passo da compiere, perché credo nell'istituzione del matrimonio e nel suo valore a livello affettivo. Ovviamente capisco e rispetto anche chi non decide di sposarsi, ma è innegabile che appare come una scelta più "facile" con eventuale scappatoia senza troppi ostacoli.
Hai detto una cosa molto importante: "credo nell'istituzione del matrimonio e nel suo valore a livello affettivo". 
Credo sia giusto definire il matrimonio un'istituzione, cioè un "fattore che opera in corrispondenza delle caratteristiche strutturali della società, inserendosi nell'ambito delle norme o delle consuetudini" (definizione di Google  ma rende abbastanza l'idea).
Non abbiamo più dei capisaldi culturali così rigidi come banalmente 50 anni fa; ognuno si inventa un po' la propria cultura, e decide a cosa aderire e a cosa rinunciare. In alcune coppie il valore del matrimonio sopravvive; in altre no, e la convivenza ha la stessa valenza del matrimonio. 
È un po' come quando mia madre mi dice di essersi sentita benissimo dopo la Messa domenicale: lei abbraccia i valori e i significati cattolici; facessi la sua stessa cosa io  non ne avrei alcun beneficio, e anzi forse ci rimedierei anche una puntina di irritazione per il "mettetevi in piedi/mettetevi seduti" continuo 
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12/01/2025 12:53 #69452 da davpal3
Risposta da davpal3 al topic Gennaio 2025 - Amore liquido

Cito un passaggio interessante: "I consulenti consiglierebbero più autostima, auto attenzione e cura di sè, maggiore attenzione alla propria capacità interiore di trovare piacere e soddisfazione, nonché minore "dipendenza" dagli altri e minore attenzione alle altrui richieste di attenzione e cura (...)". 

Non mi è semplice spiegarlo, ma io ho trovato qui la sintesi di numerosi contenuti, specialmente online, che riecheggiano. Sebbene siano in linea di principio cose corrette e condivisibili, mi sembrano (e questo credo sia la tesi di Bauman) prodotti di una concezione puramente individualistica, che considera il singolo sufficiente a sè stesso, trascurando l'importanza delle relazioni sociali.
Concordo su questo punto, e ho capito la sfumatura del tuo commento.
Da una parte è giusto "conoscere se stessi", per parafrasare una famosissima massima. Sono molto affezionata a questo passaggio di "Alice nel paese delle meraviglie": 

 – Ma tu mi ami?, chiese Alice.
– No, non ti amo, rispose il Bianconiglio.
– Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
– Ecco, vedi? – disse Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesca a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò Alice no, non ti amo. Non posso farlo”

Non si può amare davvero un altro se l'altro diventa la nostra "misura di tutte le cose", se l'altro ha il potere di farci esplodere di gioia o di distruggerci completamente. Una persona che non conosce se stessa ha più probabilità di muoversi per il mondo come bendata: ricerca ciò che desidera ma non sa, e nulla di ciò che l'altro può dare sarà mai sufficiente. 
D'altra parte, ricercare una "base sicura" nell'altro è importante e naturalissimo. È il nostro primo istinto di vita; la base sicura preserva la vita. Non si può pensare di divenire rocce inamovibili, di rinnegare la nostra natura sociale e trasformarci in esseri totalmente, incondizionatamente autosufficienti.
Alcuni orientamenti filosofico-religiosi come il buddismo e l'Hare Krishna vedono la liberazione dalle passioni terrene come via finale del processo di crescita interiore. Io ho il dubbio che certe volte ci si nasconda dietro questi orientamenti per giustificare la pura angoscia che "l'altro che noi non conosciamo", che alberga dentro di noi, ci provoca. L'altro/estraneo dentro ci trascina per il bavero dove vuole lui, e non sempre riusciamo a porvi rimedio o a negoziare. Allo stesso modo, l'altro/estraneo esterno, come ci dice Bauman, ci conduce verso orizzonti imprevedibili, acuendo l'angoscia. 
Soluzione suggerita dai consulenti? "Trancia ogni rapporto con gli altri e acquisisci un equilibrio inscalfibile". Non siamo più legati al "conosci te stesso"; abbiamo perso le nostre radici. Ora il consiglio è: "Fuggi te stesso". Molto più comodo, certo... ma con che risultati? 

Concordo su tutto e anche a me piace moltissimo quella citazione di Alice ecc. (libro che prima o poi dovrei leggere).
Credo si tratti di trovare un equilibro tra la conoscenza (difficile) e l’accettazione (ancora più difficile) di sè stessi con l’esigenza di socialità connaturata con l’essere umano.
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12/01/2025 13:00 - 12/01/2025 13:01 #69453 da SerenaM
Risposta da SerenaM al topic Gennaio 2025 - Amore liquido

Bauman dice una cosa a mio avviso fondamentale quando afferma che il virtuale non solo si aggiunge al reale ma costituisce lo standard a cui si comparano i pregi e i difetti di qualsiasi esperienza. Questo è evidentissimo pensando alla tendenza, che diventerà sempre più forte portando, secondo me, a una idiocrazia ossia a un istupidimento generalizzato, a mettere da parte tutte le attività che comportano un certo impegno intellettuale e che non possono mai generare il grado di eccitazione che discende dall’uso del telefonino. Penso non solo alla lettura di libri, ma anche semplicemente a guardare un film. Credo ognuno di noi abbia fatto la esperienza di persone (noi stessi o altri) incapaci di seguire un film/serie tv senza guardare il cellulare ogni 5 minuti. La quantità di attenzione che si riesce a mettere in una qualsiasi attività è sempre minore, perché l’alternativa della connessione virtuale è una tentazione troppo grande.
Mi hai fatto tornare in mente un articolo che ho letto su questa stessa falsariga. Lo metto qui paro paro, mi sembra un ottimo spunto di riflessione. 

Brain Rot: abbiamo il cervello deteriorato "grazie" al consumo eccessivo di contenuti futili?

Brain Rot è ufficialmente la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary

Il brain rot viene definito come il deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, a causa di un consumo eccessivo di contenuti banali, poco stimolanti e di bassa qualità. La parola in realtà risale al 1854 data in cui, tale Henry Thoreau, criticava la tendenza della società a privilegiare idee semplici e immediate rispetto a quelle complesse, intravedendo una sorta di declino intellettuale:“L’Inghilterra si sforza di prevenire il “marcimento” delle patate, ma perché non prova a prevenire anche il “marcimento” del cervello, che è tanto più diffuso e mortale?”, si chiese Thoreau 170 anni fa.Accusa che oggi viene mossa verso gli attuali contenuti digitali, superficiali e ripetitivi, soprattutto dal 2020, allo scoppiare della pandemia. In quel periodo lo scrolling infinito dei social raggiunge livelli mai visti prima, consolidandosi come un’abitudine nella routine delle persone.

Da una parte abbiamo, come sempre, gli algoritmi: il loro scopo non è “far felice” l’utente, ma è quello di farlo rimanere il più a lungo possibile sulla piattaforma. Proprio per questo non viene premiata la qualità di un contenuto, ma la sua capacità di generare engagement, tra like, commenti e condivisioni. Ed ecco allora che i video “Skibidi Toilet”, dei video scemi, surreali, imprevedibili.... coinvolgono l’utente senza dargli nulla a livello di contenuto ma ipnotizzando la sua attenzione diventando irresistibilmente virali. Dall’altra parte abbiamo la crescente accessibilità nel creare contenuti. Infatti, grazie anche al supporto dell’IA generativa e in generale ad app sempre più avanzate, tutti possiamo creare contenuti con una crescita esponenziale del materiale che c’è in rete, sempre più banale e sempre più vuoto.

Il problema però non è solo di chi crea, ma anche di chi fruisce che si immerge in una realtà parallela fatta di contenuti semplici, il problema sta proprio in questa semplicità: consumare materiale banale riduce la capacità di apprezzare contenuti più complessi o impegnativi, perché richiedono troppo sforzo cognitivo. Possiamo rappresentare il brain rot come un fast food. È un cibo che sazia, che mangiamo, che ci rende felici sul momento ma poi fa sentire ancora più vuoti e alienati. Il brain rot infatti affonda le sue radici in profondi meccanismi psicologici, amplificati dall’architettura stessa delle piattaforme digitali. Oltre all’effetto che gli algoritmi hanno sulla nostra attenzione, quindi, ci sono altri due fenomeni che influiscono. Da una parte c’è la FOMO, ovvero la paura di perderci qualcosa di importante. Questa sensazione è estremamente accentuata sui social, in cui “domani è già troppo tardi”, commentare e partecipare diventa compulsivo.

Dall’altra c’è l’effetto Zeigarnik, fenomeno che spinge il cervello a ricordare più intensamente i compiti incompleti. Ogni notifica viene percepita come un "compito aperto" che il nostro cervello desidera chiudere. È proprio per questo che ci mandano gli alert di tornare nell’app e vedere cosa ci siamo persi, oppure ci bombardano di notifiche inutili per mantenere costantemente attivo l'interesse.

È difficile sfuggire a qualcosa che è creato APPOSITAMENTE per far leva sulle nostre debolezze. L’ideale infatti sarebbe ripensare i design delle piattaforme, mettendo al centro non tanto l’engagement, ma il benessere dell’utente. Soluzione che ovviamente andrebbe contro gli interessi delle piattaforme stesse e, di conseguenza, a meno che non venga dall’alto il cambiamento è difficile. La terminologia "Brain rot" quindi può diventare un invito a ripensare il nostro rapporto con i contenuti digitali. Siamo disposti a sacrificare contenuti banali a favore di contenuti che ci possono lasciare qualcosa, anche se richiedono più sforzo per essere fruiti? Possiamo sfruttare la potenza del digitale senza lasciare che sia lei a sfruttare noi

Fonte:  Mattia Marangon- C'abbiamo il cervello marcio

Ultima Modifica 12/01/2025 13:01 da SerenaM.
I seguenti utenti hanno detto grazie : davpal3, Scalpo fluente

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12/01/2025 13:19 #69454 da davpal3
Risposta da davpal3 al topic Gennaio 2025 - Amore liquido


Brain Rot è ufficialmente la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary

Il brain rot viene definito come il deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, a causa di un consumo eccessivo di contenuti banali, poco stimolanti e di bassa qualità. La parola in realtà risale al 1854 data in cui, tale Henry Thoreau, criticava la tendenza della società a privilegiare idee semplici e immediate rispetto a quelle complesse, intravedendo una sorta di declino intellettuale:“L’Inghilterra si sforza di prevenire il “marcimento” delle patate, ma perché non prova a prevenire anche il “marcimento” del cervello, che è tanto più diffuso e mortale?”, si chiese Thoreau 170 anni fa.Accusa che oggi viene mossa verso gli attuali contenuti digitali, superficiali e ripetitivi, soprattutto dal 2020, allo scoppiare della pandemia. In quel periodo lo scrolling infinito dei social raggiunge livelli mai visti prima, consolidandosi come un’abitudine nella routine delle persone.

Da una parte abbiamo, come sempre, gli algoritmi: il loro scopo non è “far felice” l’utente, ma è quello di farlo rimanere il più a lungo possibile sulla piattaforma. Proprio per questo non viene premiata la qualità di un contenuto, ma la sua capacità di generare engagement, tra like, commenti e condivisioni. Ed ecco allora che i video “Skibidi Toilet”, dei video scemi, surreali, imprevedibili.... coinvolgono l’utente senza dargli nulla a livello di contenuto ma ipnotizzando la sua attenzione diventando irresistibilmente virali. Dall’altra parte abbiamo la crescente accessibilità nel creare contenuti. Infatti, grazie anche al supporto dell’IA generativa e in generale ad app sempre più avanzate, tutti possiamo creare contenuti con una crescita esponenziale del materiale che c’è in rete, sempre più banale e sempre più vuoto.

Il problema però non è solo di chi crea, ma anche di chi fruisce che si immerge in una realtà parallela fatta di contenuti semplici, il problema sta proprio in questa semplicità: consumare materiale banale riduce la capacità di apprezzare contenuti più complessi o impegnativi, perché richiedono troppo sforzo cognitivo. Possiamo rappresentare il brain rot come un fast food. È un cibo che sazia, che mangiamo, che ci rende felici sul momento ma poi fa sentire ancora più vuoti e alienati. Il brain rot infatti affonda le sue radici in profondi meccanismi psicologici, amplificati dall’architettura stessa delle piattaforme digitali. Oltre all’effetto che gli algoritmi hanno sulla nostra attenzione, quindi, ci sono altri due fenomeni che influiscono. Da una parte c’è la FOMO, ovvero la paura di perderci qualcosa di importante. Questa sensazione è estremamente accentuata sui social, in cui “domani è già troppo tardi”, commentare e partecipare diventa compulsivo.

Dall’altra c’è l’effetto Zeigarnik, fenomeno che spinge il cervello a ricordare più intensamente i compiti incompleti. Ogni notifica viene percepita come un "compito aperto" che il nostro cervello desidera chiudere. È proprio per questo che ci mandano gli alert di tornare nell’app e vedere cosa ci siamo persi, oppure ci bombardano di notifiche inutili per mantenere costantemente attivo l'interesse.

È difficile sfuggire a qualcosa che è creato APPOSITAMENTE per far leva sulle nostre debolezze. L’ideale infatti sarebbe ripensare i design delle piattaforme, mettendo al centro non tanto l’engagement, ma il benessere dell’utente. Soluzione che ovviamente andrebbe contro gli interessi delle piattaforme stesse e, di conseguenza, a meno che non venga dall’alto il cambiamento è difficile. La terminologia "Brain rot" quindi può diventare un invito a ripensare il nostro rapporto con i contenuti digitali. Siamo disposti a sacrificare contenuti banali a favore di contenuti che ci possono lasciare qualcosa, anche se richiedono più sforzo per essere fruiti? Possiamo sfruttare la potenza del digitale senza lasciare che sia lei a sfruttare noi

Fonte:  Mattia Marangon- C'abbiamo il cervello marcio
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Molto interessante, grazie per la condivisione.
Senza ripetere concetti già espressi, io ritengo che i social siano da trattare come le droghe, per gli effetti psicologici e di dipendenza che provocano. Gli interessi economici che sottostanno ad essi rendono utopistica un divieto o anche una regolamentazione molto restrittiva, ma forse gli effetti nocivi nel lungo termine consiglieranno qualche intervento (difficile anche perché si tratta di piattaforme globali).
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12/01/2025 15:26 #69457 da elis_
Risposta da elis_ al topic Re:Gennaio 2025 - Amore liquido

davpal3 ha scritto:

Bauman mette in luce come il virtuale sia un luogo dove rifugiarsi. Tempo fa ho riflettuto sul fatto che tutti noi, ma specialmente i giovani, abbiamo la possibilità di evadere dalla realtà in modo più semplice del passato. Questo in alcuni casi è una grande opportunità; pensate a persone costrette a vivere in contesti sociali/familiari degradanti e che nell’internet trovano possibilità e speranza di liberazione. Ma penso anche che in altri casi possa costituire un modo per non affrontare la realtà, per non soffrire, per non annoiarsi, per scappare, in sostanza, da qualsiasi emozione negativa la realtà ci presenti. Il che, alla lunga, secondo me conduce all'incapacità di vivere. 

Bauman preconizza efficacemente l’estrema solitudine che si cela dietro l’infinita connessione virtuale. Su questo gli studi ormai si sprecano. Ma penso che chiunque di noi durante la pandemia o facendo smart working abbia chiaro come i rapporti virtuali non possano in alcun modo sostituire quelli reali, non presentando la stessa ricchezza, umanità, soddisfazione. E tuttavia, sottolinea Bauman, la connessione virtuale è una enorme e pericolosa tentazione, perché ci fa sentire più sicuri e protetti, almeno nel breve periodo (“la solitudine dietro la porta chiusa di una stanza privata con un telefono cellulare a portata di mano…”).


Ti ringrazio per il commento interessante e mi trovo perfettamente d'accordo con te. Mi soffermo sulla parte che ho citato qui sopra, in relazione agli adolescenti: il mio fidanzato è infermiere in Pediatria e assiste ad una crescita preoccupante ed esponenziale di adolescenti depressi, autolesionisti o con problemi a rapportarsi alla realtà, temo che parte di questo problema possa derivare dall'utilizzo dei social. Virtuale è reale, sì, ma bisogna avere la maturità di capire che comunque virtuale pur essendo reale non è sempre spontaneo, semplice, autentico, è in qualche modo architettato e abbellito, questo vale sia per i contenuti che per le persone, le quali ovviamente online mostrano solo le parti migliori di sé. Temo che per gli adolescenti possa essere difficile capire questo concetto, ed ecco che allora continuano ad attaccarsi al mondo virtuale, tramutandosi in incapacità nell'affrontare quello reale, portandoli sempre più a chiudersi fino ad isolarsi. Non si possono escludere dal mondo virtuale, ma penso che si debba prendere qualche misura per tutelarli. Avete sentito, ad esempio, dell'eliminazione dei filtri su Instagram? Onestamente penso che sia un'ottima cosa, è un passo per avvicinare il virtuale al reale, appunto.
I seguenti utenti hanno detto grazie : davpal3

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12/01/2025 17:53 #69461 da Anna2046
Risposta da Anna2046 al topic Gennaio 2025 - Amore liquido
Salve a tutti, mi chiamo Anna. 
Anch'io ho un'opinione contrastante riguardo al libro. Da un lato ho apprezzato molto il concetto continuamente dicotomico alla base di qualunque apparente conquista "moderna", per cui la cosiddetta liberazione sentimentale e sessuale nasconde altre e, forse, maggiori ansie, senso di frustrazione, di incapacità a stabilire legami. Ci siamo evoluti rifiutando i lacci di istituzioni e aspettative sociali che hanno prodotto, in molti casi, solo senso di vuoto, illudendoci invece di stare reinventando il vivere insieme all'insegna di indipendenza e autosufficienza.
Tutta la parte relativa alla coabitazione nelle moderne città, invece, mi è parsa un tantino ripiegata su stessa: se è vero che esistono categorie di esclusi ed emarginati, e se anche è vero che diffidenza e talvolta paura sono elementi intrinsechi di ogni aggregato umano che si dia e stabilisca confini e regole precise modellate su quella comunità, come sarebbe possibile sentire di avere un'identità senza le categorie del dentro-fuori? Senza il sentire che che altro da sè, diverso, e senza anche volerlo necessariamente comprendere ed includere? Agli uomini è realmente concesso dalla natura questa capacità di rinunciare a ogni confine e definizione e mantenere il senso di sé?
Grazie per i contributi.
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12/01/2025 18:32 #69463 da guidocx84
Risposta da guidocx84 al topic Gennaio 2025 - Amore liquido

Ma mi rendo conto che spesso è meglio (e fa stare meglio) pensare che ormai si è passato già così tanto tempo insieme che pazienza, si può continuare cosí, invece di dover mettere tutto in discussione e dover ricominciare. Credo che paradossalmente sia un pensiero tipico della società liquida

Questo ragionamento potrebbe essere frutto di un bias cognitivo simile al SUNK COST BIAS : tendenza a continuare un’attività non proficua a causa dei costi non recuperabili già investiti in quella attività.

Comunque, sono più o meno intorno alla metà del secondo capitolo e ho recuperato tutti i vostri post. Invidio chi è riuscito ad andare così avanti con la lettura   Però non demordo e continuo.

Intanto mi sento di fare un plauso a Scalpo Fluente per il suo post che ci ha dato una diversa chiave di lettura dell'amore, grande! 

Poi volevo dire che la formula matrimoniale (almeno quella del matrimonio cattolico) è cambiata da molti anni. Già quando mi sono sposato io nel 2013 era “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Non più "finché morte non ci separi". Infatti il libro di Bauman è molto vecchio (21 anni!!)! 

Ma penso che chiunque di noi durante la pandemia o facendo smart working abbia chiaro come i rapporti virtuali non possano in alcun modo sostituire quelli reali, non presentando la stessa ricchezza, umanità, soddisfazione.

Totalmente d'accordo! Secondo me in questo caso l'importante è rendersi conto di questo, esserne coscienti, e saper mixare le cose. Come è stato detto, dipende da noi. O continuiamo a "drogarci" di pillola blu, oppure prendiamo la pillola rossa, ci rendiamo conto di come è fatto il mondo oggi, e costruiamo modi per noi alienarci. Proprio perché i rapporti virtuali ad oggi sono imprescindibili (es. io posso decidere di andare in sede ogni giorno ma dovrò lavorare insieme a colleghi che potrebbero decidere di non fare lo stesso rimanendo a lavorare a casa da remoto), secondo me dobbiamo diventare ancora più bravi ed escogitare metodi per creare comunità più coese, unite, con le persone che frequentiamo.

A tal proposito...

La parte sul virtuale e sulle relazioni virtuali (seconda metà del II cap.) è un manifesto che dovrebbe essere pubblicato e letto ovunque. Tanto più geniale in quanto Bauman non conosceva i social networks, che nuovamente hanno confermato e rafforzato le sue tesi.


Bauman dice una cosa a mio avviso fondamentale quando afferma che il virtuale non solo si aggiunge al reale ma costituisce lo standard a cui si comparano i pregi e i difetti di qualsiasi esperienza. Questo è evidentissimo pensando alla tendenza, che diventerà sempre più forte portando, secondo me, a una idiocrazia ossia a un istupidimento generalizzato, a mettere da parte tutte le attività che comportano un certo impegno intellettuale e che non possono mai generare il grado di eccitazione che discende dall’uso del telefonino
Ma a me viene il dubbio che questo stia accadendo anche qui e ora...

In che senso? 

«Heaven goes by favor. If it went by merit, you would stay out and your dog would go in.» Mark Twain

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