Cito un passaggio interessante: "I consulenti consiglierebbero più autostima, auto attenzione e cura di sè, maggiore attenzione alla propria capacità interiore di trovare piacere e soddisfazione, nonché minore "dipendenza" dagli altri e minore attenzione alle altrui richieste di attenzione e cura (...)".
Non mi è semplice spiegarlo, ma io ho trovato qui la sintesi di numerosi contenuti, specialmente online, che riecheggiano. Sebbene siano in linea di principio cose corrette e condivisibili, mi sembrano (e questo credo sia la tesi di Bauman) prodotti di una concezione puramente individualistica, che considera il singolo sufficiente a sè stesso, trascurando l'importanza delle relazioni sociali.
Concordo su questo punto, e ho capito la sfumatura del tuo commento.
Da una parte è giusto "conoscere se stessi", per parafrasare una famosissima massima. Sono molto affezionata a questo passaggio di "Alice nel paese delle meraviglie":
– Ma tu mi ami?, chiese Alice.
– No, non ti amo, rispose il Bianconiglio.
– Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
– Ecco, vedi? – disse Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesca a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò Alice no, non ti amo. Non posso farlo”
Non si può amare davvero un altro se l'altro diventa la nostra "misura di tutte le cose", se l'altro ha il potere di farci esplodere di gioia o di distruggerci completamente. Una persona che non conosce se stessa ha più probabilità di muoversi per il mondo come bendata: ricerca ciò che desidera ma non sa, e nulla di ciò che l'altro può dare sarà mai sufficiente.
D'altra parte, ricercare una "base sicura" nell'altro è importante e naturalissimo. È il nostro primo istinto di vita; la base sicura preserva la vita. Non si può pensare di divenire rocce inamovibili, di rinnegare la nostra natura sociale e trasformarci in esseri totalmente, incondizionatamente autosufficienti.
Alcuni orientamenti filosofico-religiosi come il buddismo e l'Hare Krishna vedono la liberazione dalle passioni terrene come via finale del processo di crescita interiore. Io ho il dubbio che certe volte ci si nasconda dietro questi orientamenti per giustificare la pura angoscia che "l'altro che noi non conosciamo", che alberga dentro di noi, ci provoca. L'altro/estraneo dentro ci trascina per il bavero dove vuole lui, e non sempre riusciamo a porvi rimedio o a negoziare. Allo stesso modo, l'altro/estraneo esterno, come ci dice Bauman, ci conduce verso orizzonti imprevedibili, acuendo l'angoscia.
Soluzione suggerita dai consulenti? "Trancia ogni rapporto con gli altri e acquisisci un equilibrio inscalfibile". Non siamo più legati al "conosci te stesso"; abbiamo perso le nostre radici. Ora il consiglio è: "Fuggi te stesso". Molto più comodo, certo... ma con che risultati?