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Lo chiamano il Manifesto e potrebbe essere definito un gruppo di promozione artistica, con le dovute precisazioni. Esso infatti, a differenza degli infiniti gruppi nati sulla rete, che promettono successo agli artisti affiliati, non promuove il singolo artista ma una nuova concezione dell’arte. Il Manifesto combatte, infatti, nella sua filosofia comunicativa, l’opportunismo e l’individualismo fine a se stesso e si propone come obiettivo quello di essere una speranza in questo inizio Millennio. Un nuovo modo di fare arte, vera arte, contro il monopolio delle case editrici che pubblicano sempre più spesso trovate commerciali. La finalità ultima è spacciare, questo il termine scelto dai suoi membri, arte autentica, fatta da veri artisti e non da macchine industriali.

Il Manifesto nasce su idea del suo fondatore, Pablo T, che conta da solo più di 15000 follower sui social network. Il libro base della nuova filosofia è la sua ultima pubblicazione, Lo scopatore di anime, The fucker of soul generation. In seguito alla sua uscita, Pablo e la compagna, Romina Tondo, hanno riunito attorno a loro scrittori, poeti, scultori e pittori, costituendo la base del gruppo, che conta attualmente undici persone.

Il Manifesto si ispira alla beat generation. Napoli e Roma sono state le prime tappe in cui il gruppo si è presentato, con un nutrito pubblico che ha accolto con favore questa nuova visione dell’arte: libera, autentica, reale, non omologata e senza censure; Milano e Palermo saranno le prossime città che lo ospiteranno.

Particolare il requisito per entrare a far parte del Manifesto. «Non esiste una tessera, non si può fare una domandina con carta bollata. Questo il bello. – spiega Pablo – Non è un club, non è un’associazione, men che meno un partito. Il Manifesto pubblicamente non si schiera con nessuna fazione o colore o sottobosco politico. Non è corruttibile, soprattutto dalla politica. Seppur, chiaramente, i singoli membri abbiano, magari, la loro fede politica, la loro identità e simpatizzino per questo o per quello. Chi ne fa parte, chi riesce a farne parte, non ha neanche un seguito, o, se ce l’ha, non è determinate per l’ingresso o per la permanenza; non è un voto di scambio, un dare per ottenere. Si dà rispetto e si riceve rispetto, si dà amicizia e si riceve amicizia, si dà se stessi e si riceve l’altro, ma così… naturalmente, come respirare.»
Niente tessere, dunque, nessuno schieramento politico né tanto meno la necessità di avere già un proprio seguito o pubblico, come tante associazioni richiedono o, sottobanco, prediligono.

Tutti i componenti alla base del Manifesto sono ancora inediti e pubblicheranno dopo l’estate con la David & Matthaus, casa editrice che ha abbracciato questa filosofia e questo modo di intendere l’arte, fondando una sotto-collana apposita, l’Art&Millennium, affidandola a Romina Tondo. Anche la pubblicazione non è un requisito per entrare: «Si può pubblicare con Art&Millennium ma non avere la personalità per accedere al Manifesto» precisa Pablo.

Luogo di caccia e di formazione del gruppo la rete, ma l’incontro vis-à-vis resta un punto cardinale. Pablo stesso non ha un volto. È possibile cercarlo sui social, ma difficilmente si troverà una sua foto non oscurata. «Io sono un autore – afferma – non sono un attore, non sono un cantante. Chi mi conosce deve poterlo fare attraverso ciò che scrivo. Chi vuole vedermi deve farlo di persona.»
Per il Manifesto è lo stesso: «C’è un bisogno viscerale di incontrarsi, di piangere, di urlare, di ridere, di confidarsi, etc. La rete rimane un forte mezzo di comunicazione, senz’altro. Ma, ora gli incontri sono di carne e sangue. Fisici, spesso. Abbiamo bisogno del contatto, al di là delle nostre presentazioni culturali in giro per lo stivale, contatto telefonico, interattivo, interpersonale. Da soli siamo frecce sparse in cerca di una direzione, insieme noi siamo la direzione.»

Obiettivo ultimo? Combattere gli scrittori di cioccolatini, pronti a caramellare il cuore. Combattere quel commercio di libri di personaggi noti, ma così lontani dai Kerouac e dagli Wilde, che promuovono una cultura basata sulla fama e sul soldo, ma non sull'arte vera. E il Manifesto ha scelto proprio l’Italia per muovere i suoi primi passi, nonostante la crisi e determinate scelte delle istituzioni, negli ultimi decenni, sembrino voler relegare l’arte e la cultura a un ruolo marginale e secondario.

Il diventare vento di cambiamento o il restare una fresca brezza, fine a se stessa, dipenderà dal lavoro della base del Manifesto, dei suoi seguaci, di chi saprà cogliere un sottosuolo che sta cambiando.

(articolo a cura di Giovanni Garufi Bozza)

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