Con un mese di ritardo ho portato anch’io a termine il romanzo. Gradevole, senza dubbio, se considerato come diletto personale; inconsistente - a dispetto della mole - se fatto oggetto di discussione.
“Cos'altro siamo se non fantocci in un teatrino da fiera? Oh, Destino onnipotente tira con gentilezza i nostri fili! Abbi pietà di noi, e dalla nostra scena angusta concedici di uscire a passo di danza”
Ecco, le parole del conte Fosco esprimono perfettamente la mia impressione in merito alla premessa fatta da Collins, secondo la quale "non è possibile raccontare bene una storia senza descrivere dei personaggi". Ma quelli de
La donna in bianco sono personaggi o fantocci?
Propenderei più per la seconda ipotesi, visto che dalla scena alla fine tutti escono quasi in punta di piedi, senza aver riportato il benché minimo cambiamento interiore (e forse neppure esteriore) rispetto alla presentazione iniziale. L’Autore tira abilmente i fili, è vero, ma sempre rispettando la “maschera” – più che la personalità – indossata dal rispettivo burattino. Non che questo sia un difetto, nell’ambito del romanzo d’appendice; ma se il paragone viene esteso al romanzo ottocentesco in genere – come si è spesso portati a fare, confondendo stile e contenuto - l’opera di Collins comincia a mostrare più d’un d’una crepa.
Il limite maggiore del libro, a mio avviso, sta proprio nel genere letterario cui fa riferimento: quel
sensation novel che – parere personale – dà spesso il meglio di sé nell'imbastire una storia e nell'avvolgerla di mistero piuttosto che nel portarla a degna conclusione. Con Collins m'era già capitato leggendo
Basil. E anche ne
La donna in bianco, delle settecento e passa pagine che compongono il libro, mi sono pesate più le ultime cento che le precedenti seicento: troppi dettagli spiegati, troppi misteri risolti, troppo lieti i finali. Perché Collins non ha voluto lasciare nulla in sospeso.
Eppure, qualcosa d’irrisolto forse è rimasto: sotto quale nome s’è sposata la “defunta” Laura Fairlie? Non con quello di Anne Catherick, presumo, essendo costei “ricercata” ; dunque sotto falso nome. E così immagino ora il nostro Hartright – proprio come Sir Percival – nottetempo rinchiuso in un'oscura sagrestia a tentare di falsificare i registri matrimoniali per legittimare la propria unione e l'eredità del futuro signore di Limmeridge House …