Nella seconda parte, il capitolo su Mosca, Carrère riflette sulla difficoltà, quasi impossibilità, di essere onesti in regime totalitario: non si poteva avere una buona opinione di se stessi.
"Gli intellettuali di regime, se non erano completamente abbrutiti o del tutto cinici, si vergognavano di quel che facevano, si vergognavano di quel che erano. [..] I piu´ infingardi dicevano sospirando che se fosse dipeso soltanto da loro avrebbero seguito quegli esempi sublimi [Pasternak, Solcenicyn, etc], ma avevano una famiglia, figli che avevano intrapreso lunghi studi, tutte le validissime ragioni che ognuno di noi ha per diventare un collaboratore anziché un dissidente."
Riflessione che si applica anche a contesti non per forza su larga scala come i totalitarismi assoluti, bensí ad esempio anche nelle realtà mafiose, dove si preferisce pagare e accettare il sistema, di fatto sostenendolo, perchè le ragioni pratiche sono di fatto più importanti (vitali?) di quelle idealistiche e la decisione più saggia, l´unica a disposizione, è sacrificare i propri ideali per un bene migliore.
Carrère continua a descrivere questa spaccatura tra ciò che si è e ciò che si fa, dicendo che in realtà c´era anche la massa di coloro che non erano nè eroi, nè furbetti, nè corrotti, convinti che qualsiasi opera d´arte fosse in realtà compromessa con il potere e che essere un artista voleva dire essere necessariamente un fallito, e farne un vanto: "Lo era, per un poeta, spalare la neve davanti a una casa editrice a cui mai e poi mai avrebbe dato in lettura le proprie poesie, e toccava al direttore sentirsi a disagio quando scendeva dalla sua Volga e lo vedeva con la pala in mano. Facevano una vita di merda, ma non avevano tradito. "
Insomma, Carrère dà una sorta di speranza (?) che una protesta silenziosa può voler dire non compromettere ciò in cui si crede. Temo però che siano più i Solcenicyn a cambiare le cose