Man mano che procedete, continuo a lasciare qualche riflessione: anche se non era per me il libro giusto al momento giusto, è indubbio che ho avuto tantissimo da sottolineare e appuntarmi
L'ultima parte sembra quasi finta per quanto è perfetta come semi-epilogo del suo percorso; si vede quanto Limonov sia cambiato, ma è un cambiamento che il lettore ha vissuto passo passo.
Nel primo capitolo dell'epilogo Carrère riporta un discorso di Putin, in cui è in effetti lampante come la situazione russa degli anni 90/inizio 2000 non poteva che prendere una direzione:
"Nessuno ha diritto di dire a centocinquanta milioni di persone che settant'anni della loro vita, della vita dei loro genitori e dei loro nonni, che ciò in cui hanno creduto, per cui hanno lottato e si sono sacrificati [..], nessuno di loro ha il diritto di dire che tutto questo è stato una merda."
Se pensate che in Italia per un periodo (o forse tutt'ora...) in alcune zone si guardava con rimpianto al periodo di Mussolini ("eh quando c'era lui..."), per la Russia il sentimento nostalgico e di appartenenza a un'epoca e una cultura deve essere stato ancora molto più forte ed era impossibile criticare veramente il regime subito dopo che è caduto, perchè voleva ammettere che la vita dei genitori e dei nonni era stata una vita inutile, corrotta, che i valori in cui credevano erano dati dall'ignoranza.
Sempre nell'epilogo, nell'ultimo dialogo tra Limonov e Carrère, Carrère riassume la vita di Limonov come "romanzesca, pericolosa, una vita cge ha accettato il rischio di calarsi nella storia"; e Limonov la riassume invece dicendo: "Già, una vita di merda". Secondo voi vuol quindi dire che ha rimpianto il tipo di vita che ha condotto? In effetti, se ci si limita al finale sintetizzato dal figlio di Carrère, ovvero che quel che importa a Limonov, dopo tutto quel che ha vissuto, è se ha più o meno follower su Facebook rispetto a Kasparov sembrerebbe deprimente. Ma a me sembra che fino all'ultimo rimanga convinto delle sue posizioni e scelte di vita.