Pur non avendo mai letto nulla né dell’una né dell’altra, ho sempre associato il nome di Colette a quello di Liala: robetta commerciale, di non eccelsa qualità letteraria. Ora, non saprei su Liala, ma su Colette mi sono dovuto ricredere. Ho letto La gatta, romanzo tanto breve quanto bello, non solo stilisticamente.
Secondo la critica recente, il linguaggio di Colette è “un’immersione nella carne del mondo”: il che significa che “quando si legge Colette, si sentono i gatti, i cani, le donne, gli uomini, i profumi, i fiori. E si è immersi nel mondo”. A volte persino troppo, ho pensato io, perché l’effetto è stordente, come quando si annusa un fiore dal profumo troppo intenso. Ma insomma ... è pur sempre un fiore.
Lucido però è il racconto, come lucida è la follia che lo pervade. Alain e Camilla sono una coppia di sposini che, sposatasi a maggio, entra in crisi a fine a fine giugno. Perché? Tutta colpa d’un gatto, anzi d’una gatta, che come nel più classico dei triangoli amorosi provoca e sfida – sia pur inconsapevolmente – la gelosia della sua giovane rivale, sino ad ingaggiare un vero e proprio duello per accaparrarsi il cuore di Alain.
Dicono che i gatti s’affezionino più alla casa che alle persone. Se poi la casa è quella in cui sei nato, è facile arrivare all’equazione: gatto = infanzia = immaturità. E in effetti Alain sembrerebbe essere il classico tipo immaturo e capriccioso, che non vuol decidersi a crescere. Però nei suoi pensieri, nei suoi timori, nei suoi desideri, un po’ mi ci sono riconosciuto, così non posso darne un giudizio del tutto negativo. Mi limiterò perciò a dire che in fondo … lo capisco.
Chi ne esce meglio è però senz'altro il gatto: e nessun gatto in un libro è parso più vivo di quello descritto da Colette. Voto: 7,5