«Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi, / tu che forse vedrai lo sole in breve, / s'egli non vuol qui tosto seguitarmi, / sì di vivanda, che stretta di neve / non rechi la vittoria al Noarese, / ch'altrimenti acquistar non sarìa lieve.»   (Inferno XXVIII, 55-60)

È questo uno dei casi in cui Dante cita nella sua Commedia un uomo ancora in vita: fra Dolcino. Dante si trova nella nona bolgia dell'ottavo cerchio, dove sono puniti i seminatori di discordie, e tradizionalmente questi fatti si collocano intorno alla Pasqua del 1300. Quella del sommo poeta fu un'autentica profezia perché qualche anno dopo, Dolcino e i suoi seguaci, arroccati sul monte Rubello, cedettero alle truppe del vescovo di Novara e furono uccisi. Dolcino in particolare fu processato a Vercelli per eresia e fu condannato al rogo...

Ancora oggi, nell'Italia settentrionale, presso le terre del novarese, settembre è il mese di fra Dolcino, la cui recente fama si deve a "Il nome della rosa", nel quale Umberto Eco, proprio attraverso la figura del controverso frate, ci apre una finestra sulla complessità spirituale oltre che politica del nostro paese in quel periodo. Nel 1290, infatti, salì al soglio pontificio Benedetto Caetani, passato alla storia come Bonifacio VIII, il quale diverrà il simbolo delle pretese papali di preminenza politica e spirituale sui regni d'Europa. Qualche anno dopo la sua morte, Papa Clemente V trasferì la sede papale ad Avignone, sotto la protezione del re di Francia, iniziando così il periodo ricordato come la cattività avignonese. Si tratta dunque di un periodo molto confuso e instabile dal punto di vista politico e spirituale per l'intera cristianità e in particolare per i territori italiani. Il romanzo di Eco può venirci in aiuto per comprendere quella situazione: era molto difficile capire dove fosse il confine tra brama di potere e ortodossia; se fossero eretici i minoriti che sostenevano l'assoluta povertà di Cristo e degli Apostoli o il Papa Giovanni XXII che quella povertà negava; aldilà delle diatribe teologiche, però, per i semplici, gli umili, gli esclusi cavalcare l'onda dell'eresia, come quella dolciniana, significava non tanto contestare i dogmi della Chiesa quanto lottare per delle condizioni di vita migliori.

Fontana, A. (a cura di), Coena Cypriani. Testo latino a fronte, 1999

Nel clima fortemente anticlericale che seguì la breccia di Porta Pia, la figura di Dolcino fu riscoperta in chiave nazionalpopolare: il nuovo stato italiano, rampante, guidato dai Savoia aveva sottratto la parte centrale della penisola allo Stato Pontificio, e ora cercava un'identità comune dal Piemonte alla Sicilia. L'idea trovò seguito soprattutto tra le forze socialiste, ma l'avvento del fascismo spazzò via tutto. Il fascismo non era mai stato una forza rivoluzionaria, anzi era nata nelle campagne dell'Emilia Romagna per reprimere i tentativi di sciopero degli operai, e si era sviluppata come forza di opposizione all'arrivo della rivoluzione bolscevica in Italia. Salito al potere, Mussolini non ebbe più necessità di perseguire su una rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche, al contrario era suo interesse trovare un accordo con la Chiesa. Si arrivò così al Concordato del 1929, al ricomponimento delle due anime, fascista e cattolica, almeno nelle intenzioni di Mussolini, della maggioranza della popolazione italiana. L'eresia dolciniana si perse tra le cose dimenticate, e al duce andava bene che una figura così pericolosa si perdesse.

Centro Studi Dolciniani, Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, Roma, DeriveApprodi, 2000

Nell'Italia repubblicana il problema dell'influenza delle gerarchie ecclesiastiche nella vita politica italiana è rimasto un argomento di dibattito acceso. Si dice, ad esempio, che i vertici del Vaticano imposero ad Amintore Fanfani, allora segretario della DC, di battersi contro la legge sul divorzio; e si dice che lo statista italiano fosse perfettamente consapevole di condurre una battaglia persa già dalla partenza. La RAI, tv di stato, in molte occasioni visse episodi di censura politica. A farne le spese anche Dario Fo, premio Nobel per la letteratura 1997, e sua moglie Franca Rame, a causa di alcuni loro interventi, registrati per la trasmissione Canzonissima. Nel 1969, Fo presentò l'opera teatrale "Il mistero buffo", geniale e irriverente, ispirata ai racconti dei giullari medievali, l'opera vuole rilevare l'importanza di una cultura popolare nelle arti che si contrappone alla cultura ufficiale, e che spesso è posta in ombra a causa di mistificazioni. Tra gli episodi narrati, in uno il Papa Bonifacio VIII si prende una bella pedata da Gesù. Negli ultimi cinquant'anni fra Dolcino è rimasto nel ricordo di pochi, figura legata ai valori dell'antifascismo, mentre Fo ha combattuto, con la sua sfrontata simpatia, per una società laica ed emancipata da qualsiasi forma di condizionamento.

Fo, Dario, Mistero buffo, Einaudi, 2005

(articolo a cura di Emiliano Marzinotto)

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