Il capitano Yossarian, protagonista di Comma 22 di Joseph Heller, Libro del Mese di Marzo 2014, era l'emblema del pacifismo per gli studenti americani che rifiutavano di partire per il Vietnam. Quelli italiani, durante le proteste sessantottine di quegli stessi anni, si affidavano invece ad una canzone: La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè.

La guerra di Piero di Fabrizio De AndrèFabrizio De Andrè (1940-1999) è uno dei cantautori italiani più conosciuti, dallo stile inconfondibile. Le sue canzoni sono considerate vere e proprie poesie; i protagonisti sono quasi sempre prostitute, chi vive ai margini della società, chi vi si ribella: da qui l'appellativo di "poeta degli ultimi".
Nicola Piovani, compositore di musiche da film che ha collaborato con De Andrè, ha detto: «De Andrè non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano». Come dargli torto? Le canzoni di De Andrè, ancora oggi, non hanno perso il loro potere e, addirittura, sembra che più passi il tempo e più ne acquistino. 
La guerra di Piero, quando uscì in 45 giri insieme a La ballata dell'eroe nel 1964, rimase praticamente invenduta ed ebbe successo a partire dall'avvento del Sessantotto e delle proteste studentesche. La vicenda universale, senza tempo e senza luogo, del soldato Piero che muore per non aver avuto il coraggio di uccidere, divenne l'inno pacifista italiano per eccellenza. 
La guerra non era un tema nuovo nella musica di De Andrè, che ha raccontato: «Io della guerra ne ho parlato molto, ne ho parlato soprattutto ne La guerra di Piero, attraverso i racconti che me ne faceva mio zio, il fratello di mia mamma, che si fece tutta la campagna di Albania».
Come tutta la sua produzione, anche in questo caso il punto di riferimento stilistico fu il cantautore francese Georges Brassens. E, come spesso accade nelle canzone di De Andrè, non mancano i riferimenti ad opere letterarie. Nella poesia Le dormeur du val (Il dormiente nella valle) di Arthur Rimbaud viene pure descritto un soldato morto, visto come dormiente in mezzo ad una natura rigogliosa (nel caso di De Andrè un campo di grano con i papaveri accanto ad un torrente, nel caso di Rimbaud una verde radura attraversata da un ruscello). Un verso, inoltre, richiama una canzone scritta da Italo Calvino nel 1958, Dove vola l'avvoltoio: medesima è l'immagine dei fiumi in cui nuotano i pesci, in contrapposizione ai cadaveri dei soldati che vi galleggiavano durante la guerra. 
La guerra di Piero incarna il tipico carattere della ballata: strofe in rima baciata intervallate da un ritornello musicale. La semplicità e la bellezza della musica stanno nell'uso della chitarra come unico strumento accompagnatore. I pochissimi accordi, pizzicati, risaltano il testo, nel quale si  alternano le voci di Piero e del narratore. 
La guerra di Piero 45 giriPiero è un soldato che "dorme sepolto in un campo di grano". Ha passato l'intero inverno in guerra, triste e affranto, chiedendosi quando sarebbe finita quella carneficina inutile in cui "chi diede la vita ebbe in cambio una croce". La musica segue l'andamento delle parole e diventa dinamica quando il testo acquista movimento: Piero varca la frontiera in una bella giornata di primavera e vede, in fondo alla valle, un uomo "del suo stesso identico umore". Di particolare sensibilità è la corrispondenza, forse voluta forse casuale, di un accordo maggiore in corrispondenza del verso citato: l'andamento armonico fa pensare ad un lieto fine... ma solamente per un attimo, perché con il verso successivo – "ma con la divisa di un altro colore" – si ritorna, attraverso un ben più triste accordo minore, alla realtà: la realtà della guerra. Quell'uomo è, infatti, un nemico: Piero deve ucciderlo e, anche in questo caso, la musica sottolinea la fretta e la sua indecisione. Piero pensa che non vuole uccidere, non vuole "vedere gli occhi di un uomo che muore". Quest'attimo di esitazione gli è fatale. L'altro soldato imbraccia il fucile e gli spara. Piero si accorge che sta per morire: gli accordi incalzanti della chitarra confermano che, ormai, c'è poco tempo per lui. Ma ecco che, d'improvviso ed inaspettatamente, entra in scena il mandolino: l'atmosfera onirica creata dallo strumento lascia spazio agli ultimi pensieri di Piero, dedicati alla sua donna. Il soldato confessa alla sua Ninetta che avrebbe preferito morire di inverno: la primavera è troppo bella per la morte. Piero è morto e riposa per sempre, vegliato "da mille papaveri rossi", colpevole, nell'assurdità della guerra, di aver provato fratellanza verso un altro essere umano.

Ascolta "La guerra di Piero" di Fabrizio De Andrè

(articolo a cura di Sergio Gelsomino)

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