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I fantasmi del cappellaio di Georges Simenon, Libro del Mese di Settembre 2014, ci ha catapultati nell'aria retrò e un po' malinconica della fine degli anni Quaranta del XX secolo. L'atmosfera in cui il romanzo si ambienta resta uno degli elementi più caratteristici dell'opera e lo stesso accade nella sua trasposizione cinematografica, che ne rispetta in pieno l'ambientazione, modificando soltanto qua e là le interazioni tra i personaggi, mantenendo tuttavia quasi tutti i dialoghi originali. Si sta parlando de I fantasmi del cappellaio, uscito nel 1982 per la regia di Claude Chabrod.

Sin dalle prime scene risulta chiaro che il film non è semplicemente ispirato al romanzo di Simenon, ma ne è una trasposizione su pellicola. La pioggia battente, la strada un po' isolata nella cittadina di La Rochelle con le botteghe del sarto armeno e del cappellaio una di fronte all'altra: ogni dettaglio del film non è lasciato al caso ed è riscontrabile nel libro. Gli interni delle due case sono curati in ogni particolare, primo tra tutti la scala a chiocciola che il cappellaio utilizza quotidianamente per far visita alla stanza di sua moglie. Rispetto al romanzo risultano un po' più delineati i personaggi dei parenti di Kachoudas: la figlia Esther, la moglie, i bambini più piccoli un po' indisciplinati, come racconta Simenon.

L'elemento che colpisce di più guardando il film è l'attenzione mostrata dal regista nel non sottovalutare l'attenzione per l'orario. Il Labbé del romanzo, infatti, è ossessionato dal suo orologio, che condiziona ogni gesto della sua vita. Ad ogni pagina si legge un'indicazione specifica che identifica l'azione nel tempo e nello spazio: ogni cosa, nell'abitudinaria vita di Labbé, rispetta uno schema ed infatti quando questo schema viene a mancare la vita del protagonista va in frantumi. Nel film l'attenzione per l'orario è ben resa: in ogni ambiente, se anche non si vedono, si sentono risuonare campane e pendoli; e non è certo un dettaglio fortuito, nelle scene finali, l'orologio da taschino che pende abbandonato a se stesso dal panciotto dell'abito di un Labbé ormai libero.

L'unico particolare narrativo con cui Chabrod, il regista, ha potuto giocare riguarda l'interazione tra Kachoudas e Labbé. Il sarto armeno segue il cappellaio per le strade della città ed il cappellaio lo vede ed è felice di sentirsi seguito da lui. Il rapporto che si instaura tra i due nel romanzo, qui si concretizza, tanto che quando il sarto si ammala, il cappellaio sale al suo capezzale per confidargli i motivi per cui è diventato un assassino (nel romanzo Labbé è combattuto se andare a far visita al vicino, decidendo alla fine di lasciar perdere).

Va rilevato che alcune modifiche apportate dal regista sono tratte dalle due precedenti versioni del romanzo, Il piccolo sarto e il cappellaio e Benedetti gli umili, composte tra il 1947 e il 1948 (la terza versione è del 1949). Ad esempio, nel film a madre Sainte-Ursule è riservata una fine diversa che nel romanzo, pur restando un personaggio soltanto “citato” in entrambi i casi; in più l'espediente del "sogno"consente al regista di mostrare allo spettatore i differenti finali delle varie stesure.

Per interpretare Kachoudas, Chabrod scelse un attore di origini armene, noto con il nome di Charles Aznavour, ma nato all'anagrafe come Chahnourh Varinag Aznavourian. Celebre oggi soprattutto come cantante, Aznavour svolge un importante ruolo politico come ambasciatore armeno in Svizzera, carica che detiene dal 2009. Nato a Parigi nel 1924, Aznavour è divenuto famoso sul finire degli anni Cinquanta dopo essere stato notato da Edith Piaff, che lo portò con sé nelle sue tournée prima di lasciarlo libero per una carriera autonoma.

Come Simenon, anche Aznavour è stato, nel suo campo, un compositore prolifico: sotto la sua firma risultano infatti più di mille canzoni, in sette lingue diverse. Il plurilinguismo dei suoi testi ha fatto sì che alcuni suoi brani siano famosi anche in Italia: per citare solo due dei casi più famosi basti ricordare L'istrione, interpretata da Renato Zero prima e Massimo Ranieri poi, ed il brano Ed io tra di voi, nelle versioni di Mina e di Franco Battiato.

Per il ruolo di Labbé la scelta cadde invece su Michel Serrault, che già negli anni Ottanta era celebre per le sue interpretazioni cabarettistiche e di teatro di posa, e che aveva intrapreso una carriera parallela nel mondo del cinema recitando ad esempio in Guardato a vista nel 1981, interpretando un personaggio dalla psiche profondamente sfaccettata, proprio come quella del signor Labbé di Simenon.

Legato al cinema italiano soprattutto per aver interpretato nel 2001, per la regia di Renzo Martinelli, il personaggio di Carlo Semenza nel film Vajont: la diga del disonore, il nome di Serrault resta nella storia soprattutto per aver recitato tra il 1978 e il 1985 nella cosiddetta Trilogia del Vizietto, interpretando il personaggio di Zazà, stella gay del locale di punta di Saint-Tropez, La cage aux folles, di cui è proprietario insieme al compagno Renato Baldi, interpretato da Ugo Tognazzi.

(articolo a cura di Francesco Gioia)

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