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Siegfried Lenz, uno dei più significativi scrittori tedeschi del secondo dopoguerra, si è spento il 7 ottobre, nella sua Amburgo, all'età di 88 anni. Era nato a Lyck, oggi cittadina polacca, nella Prussia Orientale, dove, a tredici anni, era stato sorpreso dall'orrore della guerra. Rifugiatosi, da disertore, in Danimarca, dal 1945 viveva ad Amburgo. La città, dove egli si iscrisse all'università, dove mosse i primi passi da giornalista e raggiunse la notorietà come intellettuale, e dove incontrò sua moglie, divenne così la sua patria professionale e affettiva, tanto che i paesaggi del Mar del Nord ricorreranno spesso nelle sue opere.

In Italia, colpevolmente, è poco conosciuto, ma la sua opera rimane fondamentale per capire il lungo cammino di ricostruzione morale, intellettuale e sociale che la Germania ha affrontato dopo la fine della Secondo Guerra Mondiale. Lenz, e il cd. Gruppo 47 (Günter Grass, Martin Walser, Hans Magnus Enzensberger), di cui era uno dei fondatori, attraverso le loro opere, spinsero un’intera generazione di tedeschi, a riflettere e a confrontarsi con tematiche quali la guerra, la violenza, la persecuzione, il rapporto con l'autorità e la responsabilità morale. In altre parole, contribuirono in maniera determinante alla formazione di una coscienza collettiva, secondo cui la distinzione tra il bene e il male è un tema che ha valore universale, e non si esaurisce a quanto accaduto nel periodo del Terzo Reich, ma deve essere riproposto e affrontato da ogni generazione, alla luce di quanto accaduto in passato.

Come si legge nel comunicato stampa di motivazione all'assegnazione del Premio Internazionale Nonino 2010, Lenz, «…nel suo capolavoro Deutschstunde (Lezioni di tedesco), ha saputo affrontare intimamente, con grazia e senza retorica, il lacerante dramma del suo popolo divenuto una moltitudine di solitudini al termine della seconda guerra mondiale…». Era un uomo acuto e sensibile, che attraverso la sua opera ha aiutato il popolo tedesco ad affrontare e a ripudiare "l'obbedienza agli ordini", come giustificazione inaccettabile, di fronte a quanto era accaduto durante il nazismo. Anche il suo impegno politico, che egli viveva come vero e proprio dovere civile, si è sempre caratterizzato per la sua lucidità, la sua lontananza alle ideologie e la sua grande attenzione per il popolo tedesco. In quest'ottica si può leggere il suo appoggio a Willy Brandt e alla sua Ostpolitik, che aveva lo scopo di rasserenare i rapporti tra Germania Ovest e Germania Est, al fine di superare le resistenze mondiali a una possibile riunificazione del popolo tedesco.

La Germania multiculturale di oggi, faro politico, economico e sociale dell’intera Europa, deve molto a questo signore, che nei suoi primi anni di vita riuscì a respirare l'aria viva e dinamica della Repubblica di Weimar, e che, forse, proprio per questo, caduto il nazismo, ha sentito il bisogno di recuperare la profondità della cultura tedesca, troppo a lungo anestetizzata dalla superficiale e cieca obbedienza a un dittatore e alle sue pazzie.

(articolo a cura di Emiliano Marzinotto)

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