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Sergio Alan D. Altieri è uno dei massimi esponenti italiani di narrativa di genere. Vent'anni negli USA gli hanno lasciato un vago accento da cowboy, l'esperienza di una vita nel mondo editoriale - come autore, traduttore, direttore editoriale - lo rende ormai una garanzia. Proprio lui supervisiona la nuova collana digitale Feltrinelli dedicata alla narrativa di genere, Zoom Filtri.

Zoom FiltriIl Club del Libro: Come è arrivato, da una laurea in ingegneria meccanica, a scrittura, traduzione e sceneggiatura?

Alan D. Altieri: Anzitutto, un profondo ringraziamento a tutta la squadra del Club del Libro per ospitarmi sulla vostra piattaforma web. Venendo alla domanda di apertura, direi che il "demone dell’immaginario" si è impossessato di me fin da ragazzino, epoca nella quale già divoravo il Giallo Mondadori, Urania, Galaxy e l'intero spettro (di quei tempi), ci quello che oggi definiamo narrativa "di genere". Definizione sulla quale inevitabilmente torneremo. I miei primi approcci alla scrittura risalgono all'adolescenza, con svariati tentativi di racconti SF. L'impegno narrativo vero e proprio è cominciato proprio durante i miei anni di università, con un primo romanzo rimasto inedito, per quanto riuscii a ottenere un contratto di pubblicazione da un importante gruppo editoriale. Città Oscura, il mio primo romanzo pubblicato, nel 1981, venne scritto tra il '77 e '80. La sceneggiatura viene dalla mia esperienza nel mondo del cinema americano, la traduzione a partire dal 1996.

CdL:  Ha tradotto, tra gli altri, Chandler e H.P. Lovecraft. È d'accordo con chi afferma che i libri andrebbero ritradotti ad ogni nuova generazione?

Alan D. Altieri: Non necessariamente. Essendo a sua volta un'opera letteraria, la traduzione ha dei valori intrinseci che scavalcano l’inevitabile evoluzione del linguaggio e del gergo. In Italia, la traduzione annovera personalità primarie della cultura e della letteratura: Cesare Pavese, Fernanda Pivano e Laura Grimaldi, per citarne solamente alcune. Nel tempo, una traduzione può certamente essere riproposta, rivista e migliorata, e questo anche con il contributo del traduttore originario. Nel caso di Raymond Chandler, il lavoro di grandissimo Bruno Oddera su The long Good-Bye rimane un autentico classico. Lo stesso vale per le nuove traduzioni di tutti i romanzi di Chandler da parte della straordinaria Laura Grimaldi. Riguardo ad Howard Phillips Lovecraft, la traduzione della sua opera omnia compiuta dall'ottimo Giuseppe Lippi continua a essere una pietra miliare. La mia opinione è che una nuova traduzione, soprattutto di un autore fondamentale, non è per forza di cose "migliore", ma intrinsecamente "diversa".

CdL: Un'altra sua traduzione sono Le cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin, una delle saghe più lette degli ultimi anni. Crede che una buona traduzione aiuti il successo internazionale di un libro?

Alan D. AltieriAlan D. Altieri: Iniziai a tradurre A Game of Thrones, primo volume di A song of ice and fire, del grande George RR Martin, nel 1997. All'epoca, sottolineo: 1997, l’opera di Martin era "solo" una eccezionale, innovativa epopea della letteratura fantasy. E tale è rimasta fino al 2011, anno in cui la HBO ha mandato in onda la prima stagione della trasposizione televisiva. George Martin stesso sostiene che è stata propria la TV exposure ad avere trasformato ice & Fire in un vero e proprio culto planetario. Tornando alla traduzione in senso lato, direi che la qualità e l'attenzione con la quale è eseguita sono senz'altro centrali alla risposta dei lettori, particolarmente riguardo a un lavoro di risonanza globale come ice & Fire. Quale traduttore della saga - ma voglio e devo menzionare il grandissimo Gaetano Staffilano, mio fraterno amico e mentore, con il quale ho lavorato su A Dance with Dragons, quinto volume - ascoltare  nella serie televisiva nomi e luoghi così come sono stati adattati dall’inglese all’italiano. In materia, voglio anche esprimere la mia più profonda ammirazione e il mio più grande rispetto per i doppiatori italiani: i migliori del mondo, in assoluto.

CdL: Ha esordito nel 1981 con Città oscura ed è diventato uno dei maggiori esponenti italiani di narrazione di genere. La scrittura ha ancora oggi un ruolo privilegiato tra le sue attività? Quali sono i suoi prossimi progetti?

Alan D. Altieri: La scrittura rimane certamente al primo posto, ex-aequo con la traduzione. Di acqua sotto i ponti ne è corsa molta da Città Oscura. Un percorso che mi ha portato a libri quali la serie dello Sniper, Ultima Luce, Kondor e il Trittico di Magdeburg. Dallo scorso anno 2013, con Juggernaut, ho iniziato Terminal War, una nuova serie futuristica concepita su cinque volumi. Al momento, sono al lavoro sul volume due.

CdL: Da poco è stata lanciata la nuova collana digitale di Feltrinelli, Zoom Filtri, dedicata alla letteratura di genere e che lei supervisiona. Perché è così importante mantenere e sottolineare il "marchio" di narrativa di genere?

Alan D. Alteri: Analisi, dibattiti, controversie sul concetto stesso di quello che è "di genere" sono con noi da molto tempo e sono fatalmente destinati ad accompagnarci anche nel futuro. Direi che, come più che giustamente rilevate anche voi, "di genere" sia non solo un marchio ma un segno che identifica quell'intero mondo narrativo focalizzato sul "raccontare storie" che spaziano dal thriller all'horror, dalla fantascienza all'erotico. Storie che NON sono in alcun modo meno letterarie o meno significative di altreSe Edgar Allan Poe è "di genere horror", Philip Roth è "di genere introspettivo". Ipotesi di polemica a parte, Zoom Filtri si propone di essere un forum in cui collocare opere che spaziano in tutte le aree letterarie che menziono poc'anzi. Un forum che presenta autori diversi, esperienze diverse, stili diversi senza limitazione di nazionalità, spazio e tempo. Se c’è un cutting edge di una simile proposta sia letteraria che editoriale, Zoom Filtri ne è la realizzazione più completa.

Copertina del libro "Juggernaut" di Alan D. Altieri

CdL: Con l'occasione del  lancio di Zoom Filtri, Feltrinelli ha aperto le porte agli aspiranti scrittori con l'iniziativa Senza Filtri. Lo slogan ha destato qualche polemica: "Non autopubblicarti, prova con un editore vero". Qual è il suo parere sull'autopubblicazione?

Alan D. Altieri: Non c'è assolutamente nulla di male nell'autopubblicazione. Le aperture e le flessibilità dell'accesso alla comunicazione web consentono margini di manovra fino a poco tempo fa impensabili. Ipotizzo che il rischio più consistente della autopubblicazione sia quello della "auto-marginalizzazione". C'è una massa di materiale talmente titanica, "là fuori", che anche lavori validi possono finire a perdersi nell'impietosa statistica. Se l'e-book è comunque un’operazione editoriale, e a mio parere lo è, ritengo che sia comunque un bene che l’autore faccia riferimento all’editore.

CdL: Mi definisce - con un aggettivo ciascuno - il suo lavoro di traduttore, quello di scrittore e quello di direttore editoriale?

Alan D. Altieri: L'aggettivo è lo stesso per tutti e tre: fulcrale.

CdL: La rete oggi è fondamentale anche per i lettori? Cosa ne pensa delle attività del Club del Libro?

Alan D. Altieri: Nessun dubbio che la rete sia fondamentale anche per i lettori. La rete è ciò che permette un dialogo multipolare sostanzialmente diretto proprio tra autori, editori e lettori. In questa prospettiva, Il Club del Libro, con la sua penetrazione, la sua diffusione, la sua scelta di opere e di proposte, rimane un autentico cardine del libro, inteso nel senso più positivo e più vasto possibile. Go for it, Guys!

APPROFONDIMENTOZOOM FILTRI: UN NUOVO TOCCO DI COLORE NEL CATALOGO FELTRINELLI!

(articolo a cura di Elisa Gelsomino)

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