Nella letteratura che sceglie di abitare la mente di un bambino, il confine tra l'oggettività storica e l'invenzione fantastica non è mai una linea netta. Questa "razionalità magica" non è un'evasione dalla realtà, come potrebbe sembrare a prima vista, ma una necessità cognitiva: l'elemento fantastico è l'unico strumento che il bambino possiede, infatti, per processare la complessità del mondo. Un punto di partenza emblematico in questo panorama è Evelina e le fate di Simona Baldelli, nostro Libro del Mese di Maggio 2026.
Ambientato nell'Appennino marchigiano durante l'occupazione nazista, Evelina e le fate ci mostra come la guerra smetta di essere un gioco geopolitico per farsi scontro archetipico. Le fate che Evelina incontra non sono creature fiabesche, ma presenze selvatiche e ambigue che rappresentano la resilienza di una natura indifferente alla violenza degli uomini. Attraverso lo sguardo della protagonista, il pericolo si riveste di una sacralità ancestrale che permette alla bambina di non andare in pezzi di fronte all'orrore dei rastrellamenti e della fame.
Questa stessa capacità di trasfigurare la Storia si ritrova nel primo capolavoro di Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Qui la Resistenza partigiana perde ogni retorica eroica per diventare un'avventura picaresca vista attraverso gli occhi di Pin. Per lui, il magico non risiede in creature fatate, ma in un luogo fisico e segreto, dove i ragni fanno il nido, che funge da ultimo baluardo di purezza. Mentre gli adulti si perdono in ideologie e violenze, che Pin intuisce senza comprendere, il suo nascondiglio magico resta l'unica cosa "vera" in un mondo che sembra essere diventato folle.
Oltre che nella cronaca bellica, il realismo magico infantile penetra anche nel dolore domestico e privato. In Skellig di David Almond, il protagonista Michael trova una creatura misteriosa e deperita nel garage di casa, proprio mentre la sua famiglia è devastata dall'angoscia per la malattia di una sorellina neonata. La presenza di Skellig non è una soluzione miracolosa, ma una forma di resistenza spirituale: il bambino accetta l'inspiegabile perché la scienza dei medici e la razionalità dei genitori non bastano a colmare il vuoto lasciato dal timore del lutto.
Analogamente, Neil Gaiman in L'oceano in fondo al sentiero esplora come la memoria infantile trasfiguri le minacce del mondo adulto in entità mostruose. Uno stagno diventa un oceano primordiale e una vicina di casa si rivela una guardiana di segreti cosmici. Gaiman ci suggerisce che l'infanzia sia un luogo dove le forze del male sono reali e tangibili, e solo il ricorso al mito può fornire le armi per combatterle, creando una barriera tra l'innocenza e la ferocia delle dinamiche adulte.
Questo percorso trova una sua sintesi ideale nel concetto di "isolamento mitico", come avviene ne L'isola di Arturo di Elsa Morante o nella trasposizione letteraria de Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro. In entrambi i casi, il bambino costruisce un intero sistema di segni e simboli per sopravvivere a un ambiente ostile. Che sia l'isola di Procida trasformata in un regno sacro o la Spagna franchista filtrata dai riti di un fauno sotterraneo, il risultato è lo stesso: la verità del magico si rivela più potente, e spesso più onesta, della verità del proiettile o del disincanto.
In definitiva, leggere queste autrici e questi autori significa accettare che la realtà non sia mai una sola. Lo sguardo infantile funziona come un prisma che scompone la luce bianca dei fatti nei colori del presagio, della paura e della meraviglia. Per Evelina, Pin, Michael o Arturo, il magico è la fibra stessa di cui è fatto il mondo, e forse è proprio attraverso quella crepa che noi lettori adulti riusciamo a scorgere, per un istante, l'essenza più profonda delle cose.
(articolo a cura di Elisa Kirsch)
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