Immagino che anche voi, come chi vi scrive, vi siate posti delle domande e tuttora ve le poniate, soprattutto in merito all'obiettivo che si sta prefiggendo Baricco con "questo elenco di libri". Perché, nonostante l'autore all'inizio avesse dichiarato che non c'era nesso tra i titoli proposti, in realtà noi barbari, amanti delle sequenze logiche, beh un certo filo lo troviamo no?! Più che filo mi sentirei di definirlo nodo… un nodo gordiano. Spero solo che per scioglierlo non sia necessario fare come fece Alessandro Magno, anzi tutto perché non dispongo di una spada, in secondo luogo perché così non capiremmo a fondo il significato di ciò che ci sta dietro…

Anche questa volta il primo libro è un libro storico. Questo forse potrebbe farvi pensare: "Cavoli, ancora il '700: noooooooooooo!”… ebbene no, il salto nel passato questa volta è più lungo. Andiamo tra '400 e '500 alla scoperta delle Americhe e, tra i tanti esploratori, quello cui si rifà Baricco per darci un'importante insegnamento è "Magellanodi Stefan Zweig, edito da Bur. Anzi tutto è bene inquadrare l'autore dell'opera. Zweig, infatti, era un ebreo austriaco di famiglia benestante, che riuscì a passare la prima guerra mondiale in ufficio mentre, una volta nato il nazismo, silenziosamente scappò negli USA e poi in Brasile. Pertanto, scegliere di scrivere una biografia su Magellano non poteva avere "nessun particolare valore simbolico in quel momento storico", come dice Baricco, ma sicuramente l'aveva per l'autore…L'opera narra l'avventura di Magellano, dalle sue origini: dal rifiuto del sovrano portoghese, all'appoggio della Spagna, alle difficoltà della lunga attraversata in cui l'esploratore stesso trovò la morte. Baricco sottolinea che, mentre oggi giorno viviamo in una realtà in cui per molti è fondamentale la distinzione tra vincenti e perdenti, la vita di Magellano "contribuisce a rimettere le cose a posto". Per lui, infatti, la linea di demarcazione non sarebbe così netta e Magellano ne è una prova: muore combattendo una guerra fra isolani, gli indigeni lo fanno a pezzi e disperdono nel nulla il suo corpo. La sua impresa l'ha fatto passare alla storia, ma sfortunatamente la morte che ha avuto fa si che, oggi, troviamo vie con il suo nome ma non una sua tomba. Dunque, si chiede Baricco, "uno così ha vinto o perso"? Che ne pensate?
Il secondo libro vede protagonista un altro argomento caro a Baricco: il calcio. Leggendo "I barbari" abbiamo avuto modo di scoprire un Baricco che, come la maggior parte dei ragazzini italiani, da adolescente giocava in una squadra di calcio. Ma se nel saggio il tema era uno spunto per mostrare al lettore come la mutazione dei Barbari abbia un carattere a tutto tondo, nell'articolo è un modo per ribadire la sua posizione riguardo i cambiamenti o, se vogliamo, un modo per auto-citarsi, come se volesse dirci "questa era la mia posizione quando ho scritto il saggio e la è tuttora, non cambio idea". Pertanto, ci consiglia la lettura di "Storia delle idee del calcio" di Mario Sconcerti, edito da Baldini Castoldi Dalai per due ordini di ragioni: per gli affezionati del calcio, perché l'opera permette loro di "rivivere" o "rivedere" i grandi momenti e i grandi protagonisti dello sport che da decenni incollano al televisore gli italiani; per chi non ama il calcio, perché è solo studiando un fenomeno che si possono capire le sue cause e l'opera di Sconcerti è un'analisi così approfondita che ci permette di cogliere tutte le fasi della "mutazione".
"Fra tutti i libri del mondo questo è il mio preferito, anche se non l'ho mai letto"… vi ricorda qualcosa? Bene, vi vengo in aiuto con un piccolo suggerimento. È un libro che parla di "scherma, lotta, tortura, veleno, vero amore, odio, vendetta, giganti, cacciatori, uomini malvagi, uomini buoni, belle dame, serpenti, ragni, dolore, morte, uomini coraggiosi, uomini codardi, inseguimenti, fughe, menzogne, passione, miracoli". Sì, immaginatevi lo stupore di chi scrive quando una domenica mattina, aprendo il quotidiano la Repubblica, essendo ormai abituata a trovare citate da Baricco opere che spesso sconfinano nei libri di testo, legge il commento a "La principessa sposa" di William Goldman (Marcos y Marcos), che è stato un apprezzatissimo Libro del Mese del Club del Libro (qui la recensione). Come dice Baricco, "Goldman con un'acrobazia bizzarra converte la narrativa per ragazzi in un piacere per adulti", e quest'affermazione non può vederci più d'accordo. Goldman, con una certa astuzia e ironia, riesce a rendere quella che apparentemente sembra una semplice fiaba un'opera per tutte le età e con quella sua ultima frase - "La vita non è giusta. E' solo più decente della morte, tutto qui" - ci ferma tutti, Baricco compreso, e ci fa riflettere. Spesso, infatti, soprattutto i super-lettori (come Baricco) cadono nella spirale del leggere solo libri che diano un particolare insegnamento o solo quelli dei "grandi maestri" perché non c'è tempo per tutto il resto, la vita è troppo breve; invece, nella lettura è così: "si è nel posto giusto solo quando non si hanno le carte per capire che non lo è". E La principessa sposa di Goldman ne è la prova.
Infine, chiudiamo con un interrogativo, che è un po' l'essere-non essere dei letterati, degli studiosi. "Vergogna" di J. M.Coetzee (Einaudi) ci racconta la storia di un accademico umanista che, costretto a lasciare il suo lavoro per aver sedotto una sua studentessa, si reca a vivere dalla figlia in campagna, dove si scontra con una realtà estremamente diversa da quella in cui ha vissuto fino a quel momento. Si ritrova a dover affrontare problemi concreti come reagire a un'aggressione oppure curare un cane malato; eppure, nonostante tutta la sua cultura,  è inadeguato, incapace, un vero pesce fuor d'acqua. Baricco dichiara di essersi più volte ritrovato nella medesima situazione: non saper avvolgere una cima, non saper determinare il tempo del giorno dopo o il nome delle piante. Perciò, si chiede: con tutto quello che ho studiato, cosa so fare veramente? Cosa sanno fare gli intellettuali? C'è chi come lui sa veramente leggere bene l'"Infinito" di Leopardi, ma è davvero sufficiente? O per vivere a pieno è meglio una conoscenza pratica? Ritengo che sia un po' il problema di tutti, una volta finiti gli studi e intrapresa la carriera lavorativa; a meno che non si voglia rimanere nell'ambito accademico, ci si scontra con una difficoltà pratica che non è da poco e ci si pone sempre la stessa domanda: ma io cosa ho studiato a fare finora? E ci si sente come un bambino che muove i primi passi, fa fatica, incespica e a volte cade anche, ma poi arriva il momento della sicurezza, della certezza, quando si è acquisita un po' di pratica e quindi non si teme più una caduta. L'interrogativo, tuttavia, resta: può davvero una cultura dottrinale considerarsi superiore a quella pratica? Mentre Baricco ci lascia rimandandoci al prossimo libro, chi vi scrive vi saluta provando a rispondere con questa massima latina: la verità sta nel mezzo.

(articolo a cura di Carla Gottardi)