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Il 19 gennaio del 1946 da Roma parte un treno carico di bambini. Sono vestiti quasi esclusivamente di stracci, alcuni non hanno nemmeno le scarpe. Sono affamati, rachitici, sporchi e molti di loro affetti da tracoma. Ad ognuno di loro appendono al collo un cartoncino con sopra un numero e li lasciano salire su un treno...

Alla Stazione Termini di Roma le madri si chiedono se stanno facendo la cosa giusta mentre piangono di nascosto, senza farsi vedere dai figli arrampicati sui finestrini con le mani sventolanti e l'entusiasmo di prendere il primo treno della vita, ignari di quello che il futuro avrebbe riservato loro; altre urlano di non lasciarli partire, di farli scendere perché altrimenti non li avrebbero rivisti più.
Gli elementi ci sono tutti per lasciar correre la fantasia verso destinazioni buie: i treni, i numeri, nessun'altra opportunità. Inevitabilmente la paura si fa spazio nelle loro voci e nei loro occhi, la tentazione di riportarli giù dal treno è tanta ma la fame di più.

Il Mezzogiorno d'Italia è in ginocchio. I bombardamenti hanno distrutto intere città. Non c'è lavoro, si mangia una volta al giorno - se va bene - e le rivolte hanno reso orfani gran parte dei bambini, costretti dunque ad arrangiarsi. Si vedono al mercato, a fare il gioco delle tre carte, o a fare gli sciuscià in giro tra le macerie dei vicoli per guadagnarsi mezza lira che tante volte nemmeno basta per riempirsi la pancia.

L'Unione delle Donne Italiane ascolta il grido d'aiuto delle madri e dei bambini del mezzogiorno e agisce. Insieme al Partito Comunista organizza i treni della felicità, un parallelismo forte, onesto, efficace ai treni della morte di qualche anno prima. Dal 1945 al 1952, dal Sud Italia partono 70.000 bambini dai 4 ai 12 anni. La destinazione non è la Siberia e lo scopo dei Comunisti non è tagliargli le mani e la lingua e mangiarseli a pranzo, come si pensava nell'immaginario collettivo di quegli anni. È l'Emilia la destinazione, i territori del reggiano, del modenese e del bolognese, che non erano ricchi ma erano aree agricole con una disponibilità alimentare superiore a quella del resto d'Italia. Lo scopo era la solidarietà: una madre che aiuta un'altra madre, un padre che accoglie il figlio di un altro padre come fosse figlio suo, nonostante di figli ne avesse già molti.

Viola Ardone, insegnante con altri lavori letterari alle spalle, raggiunge il successo internazionale quest'anno, alla Fiera di Francoforte, dove la storia di Amerigo raccontata ne Il treno dei bambini (Einaudi) è contesa da diversi editori. Oggi, il libro è in corso di traduzione in 25 lingue e pronta a invadere i paesi di tutto il mondo mentre si pensa già ad una riproduzione cinematografica.

A distanza di 64 anni, Viola - allo stesso modo delle donne dell'UDI - percepisce il bisogno di solidarietà che nel nostro paese sembra ormai perduto e mette nero su bianco una storia felice della nostra Italia, chiusa nei cassetti della memoria da troppo tempo. 

Attraverso la voce simpatica e ingenua di Amerigo, un bambino di quasi otto anni che vive con la madre e vende pezze al mercato, ricostruisce con assoluta precisione il coraggio delle famiglie del sud e la solidarietà delle famiglie del nord. Un incontro tra mondi diversi, seppur appartenenti agli stessi confini nazionali, da cui scaturisce un arricchimento culturale ma anche sentimentale inevitabile da ambo i lati.

Prima di lei, Giovanni Rinaldi va in giro per l'Italia alla ricerca di quei bambini che il treno della felicità l'hanno vissuto, ma soprattutto di quelli che hanno deciso di rimanere con le famiglie affidatarie del nord e lasciarsi per sempre alle spalle la distruzione e la miseria dei loro quartieri d'origine. Le testimonianze sono raccolte nel libro I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie edito da Ediesse nel 2002. Qualche anno dopo, nel 2011, il regista Alessandro Piva decide di raccogliere le stesse testimonianze di Rinaldi e di dare vita alle parole del suo libro con un docu-film dal titolo Pasta nera.
Il documentario, attualmente visibile su Youtube, è vincitore del Premio Controcampo DOC per i documentari e candidato al David di Donatello.

Se dunque è vero che la storia si ripete e che è la migliore insegnante, non ci resta che riportare alla memoria questo episodio storico, farne tesoro e moltiplicarlo per dieci, prendendo in considerazione non più nord e sud Italia ma regioni e stati del mondo.

(articolo a cura di Roberta Failla)

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