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… venne fatta vibrare una corda dopo l'altra, e in breve la mia mente fu colma di un unico pensiero, un'unica concezione, un unico scopo. "Tanto è stato fatto, - esclamò l'animo di Frankenstein, - ma molto, molto di più realizzerò io: … aprirò una nuova via, esplorerò poteri sconosciuti e rivelerò al mondo i più profondi misteri della creazione.1

Ci si potrebbe giustamente domandare fino a che punto l'essere umano sia disposto a spingersi mosso dalla tracotanza (propria della filosofia greca) e dalla volontà creatrice (volontà di potenza esercitata liberamente in seguito alla morte di Dio nietzschiana). Analizzando determinati aspetti e passaggi chiave, l'autrice britannica, a mezzo secolo di distanza dal pensatore tedesco, risponde a questo interrogativo attraverso il celebre personaggio uscito dalla sua penna: Victor Frankenstein. Lo scienziato, protagonista dell'opera di Shelley, incarna alla perfezione la superbia di cui parlavano i filosofi greci dimostrandosi come colui che sopravvaluta se stesso e le proprie capacità violando le leggi dell'uomo e degli dei: nel corso della storia, alla stregua di un moderno Prometeo (sottotitolo dell'opera), egli si sostituisce a Dio nell'atto divino per eccellenza, ossia la creazione della vita.

Questo costante anelito a oltrepassare e trasgredire i limiti e i principi etico-morali propri dell'essere umano è espresso nella filosofia di Friedrich Nietzsche nella cosiddetta volontà di potenza esercitata dall'oltreuomo. La volontà di potenza rappresenta l'impulso originario ad andare oltre sé stessa: l'oltreuomo nietzschiano capovolge il "tu devi" nell'"io voglio" che contraddistingue lo spirito libero e il grande amore per la vita. Tra le pagine di "Frankenstein" è, infatti, da notare come non si faccia mai esplicito riferimento al modo con cui Victor dà vita alla sua creatura, poiché ciò che realmente conta il fine ultimo che conduce il personaggio a varcare i confini stabiliti dall'uomo e da Dio.

Come però accadeva, secondo la filosofia greca, a coloro che osavano peccare di hybris, anche Victor è soggetto a una punizione come conseguenza delle sue azioni scellerate: in poco tempo i ruoli vengono prontamente capovolti, trasformando il creatore in schiavo della propria volontà di potenza e la creatura ripudiata e agognante di accettazione in padrone.

Secondo la dialettica servo-padrone di Georg Wilhelm Friedrich Hegel lo schiavo identifica nel suo signore l'indipendenza e la certezza di sé; il padrone dapprima domina il servo quale strumento attraverso cui operare sulle cose: il "mostro" di Frankenstein non è altro che il frutto della superbia del suo creatore ed è la prova di quello svelamento dei misteri della creazione perseguito dallo stesso. Una volta rivelato l'arcano, però, l'uomo ne ha timore e rinnega il suo stesso lavoro divenendone poco alla volta soggiogato.

Il servo, al contrario, lavorando dà al signore ciò di cui ha bisogno rendendolo dipendente dal suo operato: lo schiavo si rende in questo modo autosufficiente con la sua attività produttiva così come il "mostro" si libera dalle catene del suo padrone acquisendo conoscenza grazie alle osservazioni e all'esperienza che ha del nuovo mondo di cui comincia a far parte.

Addentrandosi nella storia narrata da Mary Shelley è chiaro come il rovesciamento riguardi, infine, anche il quesito per eccellenza che accompagna questo romanzo: "chi è, in realtà, il vero mostro della vicenda? La creatura dalla bontà d'animo che tenta invano di rendere aiuto al prossimo e che ha come unico desiderio di ridiventare uno di loro2 o il suo creatore che abbandona la sua stessa opera negandole persino la possibilità di una compagna simile a lei?".

(articolo a cura di Maria Giovanna Curcio)

1 Mary Shelley, Frankenstein, Ippocampo Edizioni, 2025, p.89
2 Ivi, p.226

 

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