Se oggi l’umanità si ritrovasse improvvisamente disconnessa, privata di smartphone, motori di ricerca e cloud, quanti di noi saprebbero come produrre del fuoco, purificare l’acqua o ricavare del ferro da una roccia? Già nel 1875 Jules Verne rispondeva a questa domanda con il suo capolavoro L’isola misteriosa, nostro Libro del Mese di Giugno 2026: cinque naufraghi americani sfidano l’ignoto con le tasche letteralmente vuote; non ci sono relitti da saccheggiare, né casse di provviste sulla spiaggia. Eppure, nel giro di pochi mesi, quel pugno di uomini getta le basi per una vera e propria cittadina industriale.
Il segreto di questo miracolo risiede nella figura dell’ingegnere Cyrus Smith e nel modo in cui gestisce la propria conoscenza. Smith trasforma infatti la scienza in un bene comune, spiegando ogni formula chimica, ogni principio fisico e ogni processo metallurgico ai suoi compagni. Il loro rifugio diventa così il primo laboratorio Open Source della letteratura mondiale.
La filosofia Open Source, nata nel mondo del software informatico, si basa su un principio cardine: la conoscenza progredisce solo se è accessibile, modificabile e condivisibile da chiunque. Nel romanzo di Verne assistiamo esattamente a questo processo: Cyrus Smith detiene la conoscenza e la distribuisce, mentre il giornalista Gideon Spilett, il marinaio Pencroff e il giovane Harbert diventano co-sviluppatori: ciascuno apporta modifiche, ottimizza le risorse e risolve bug pratici.
Questa dinamica riflette in modo speculare la nostra cultura digitale globale. Dalla nascita di Linux alla proliferazione di Wikipedia, la cooperazione decentralizzata si è dimostrata più efficiente di qualsiasi monopolio privatistico. Quando il sapere è aperto, la comunità sviluppa una forma superiore di resilienza: se un singolo individuo fallisce, il gruppo possiede gli strumenti per replicare e migliorare il progetto.
Oggi questo approccio ha superato i confini del software per colonizzare il mondo fisico, dando vita alla cultura globale dei maker e ai FabLab (laboratori di fabbricazione digitale), secondo il Corriere della Sera «il fenomeno sociale più costruttivo che ci sia mai stato». Esattamente come i naufraghi di Verne, che utilizzano il fango, la pirite e il grasso di foca per creare utensili moderni, i maker odierni utilizzano stampanti 3D, schede elettroniche programmabili e schemi condivisi in rete per costruire turbine eoliche domestiche, protesi mediche a basso costo o purificatori d'acqua per i paesi in via di sviluppo.
La tesi di Verne, riletta nel XXI secolo, assume un significato politico ed etico potentissimo: la vera tecnologia non risiede negli oggetti fisici che possediamo, ma nel know-how democraticamente diffuso. L’isola misteriosa smette così di essere una semplice avventura per ragazzi e si rivela una sorta di manifesto antropologico.
Verne ci ricorda che davanti alle grandi crisi del nostro tempo – che siano climatiche, energetiche o sociali – l'umanità non si salverà isolandosi, ma riscoprendo uno spazio di collaborazione aperta: la conoscenza, proprio come il fuoco di Cyrus Smith e pochissime altre cose nella vita, è un bene che si moltiplica solo quando viene condiviso.
Fonti:
https://www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/open-source-da-movimento-software-a-cultura-globale/
https://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/14_maggio_27/cultura-maker-8657d54a-e57d-11e3-8e3e-8f5de4ddd12f.shtml
(articolo a cura di Elisa Kirsch)
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