Ne Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, c’è un momento in cui una porta si chiude e un'altra si apre. La prima è quella della Biblioteca comunale di Ferrara da cui, in una pagina drammaticamente autobiografica, il narratore viene escluso in quanto ebreo. Le leggi razziali del 1938 hanno infatti trasformato la più innocua delle consuetudini quotidiane di un giovane studente in un privilegio revocabile, e con essa hanno bloccato una tesi di laurea che senza quei libri non si può certamente finire. La seconda porta è quella della grande casa di corso Ercole I d'Este, dove il professor Ermanno mette a disposizione del giovane la biblioteca di famiglia: quasi ventimila volumi, un tavolo dove lavorare, il permesso di andare e venire tutte le volte che lo desidera.
Non è la prima volta che l’anziano intellettuale apre le porte della sua casa a chi è vittima delle leggi razziali. Quando il circolo del tennis cittadino espelle i soci di religione ebraica, il campo dei Finzi-Contini viene messo a loro disposizione. La biblioteca svolge dunque in ambito culturale la stessa funzione che il campo da tennis ha in quello ricreativo: è il luogo di un'ospitalità privata che si sostituisce a un servizio pubblico negato, e proprio per questo è insieme un atto di generosità e la misura del dramma storico che sta avvenendo.
Sul piano pratico dunque la biblioteca è uno strumento di sopravvivenza intellettuale. Per comprendere perché il professor Ermanno ne apra le porte con tanta premura occorre guardare al rapporto che l’uomo ha con i propri libri. È un erudito con un grande amore per la vita solitaria, i cui interessi culturali sono incredibilmente variegati: si occupa non solo di storia e letteratura, ma anche di agraria, di fisica, di storia delle comunità ebraiche italiane di cui è appassionato cultore e custode; conserva anche un piccolo tesoro di lettere inedite di Carducci che mostra al giovane ospite come una delle cose più care in suo possesso. La sua è una vita di studio totalmente slegata da ambizioni di carriera, che da decenni porta avanti in modo discreto e riservato. Il poter mettere i propri libri a disposizione del giovane amico dei figli lo rende felice e orgoglioso.
La biblioteca ha però anche un forte valore simbolico. Anche essa, come il giardino, è un luogo ben delimitato dove il tempo scorre secondo regole proprie, in cui è possibile immergersi nella lettura e nella riflessione, godere il piacere della conoscenza e provare a tenere fuori le brutture del mondo esterno e gli orrori della storia. Non è un caso che i Finzi-Contini facciano studiare i figli in casa da privatisti e che vivano appartati anche rispetto alla comunità ebraica della città. Le mura della biblioteca costituiscono quasi l’anello più interno e più raffinato della più ampia cinta muraria che avvolge e protegge la grande casa e i suoi abitanti, isolandoli dal mondo esterno.
In ciò consiste però anche il limite della biblioteca dei Finzi-Contini, o se vogliamo l’ambivalenza simbolica che Bassani le attribuisce. L’impegno di studio del professor Ermanno e di chi frequenta tale luogo è da un lato una forma di resistenza, perché continuare a studiare mentre le leggi dello stato limitano fortemente tale diritto significa ritagliarsi uno spazio di libertà e, forse, anche provare a gettare le basi per un futuro comune molto diverso. Esso è però anche una forma di anestesia e disimpegno, perché immergersi nel passato permette anche di non alzare gli occhi su quello che sta accadendo appena fuori dal muro.
Il professore è un uomo mite, colto, ospitale, che ha creduto (come molti ebrei ferraresi) che la buona educazione, la cultura e il prestigio di un cognome importante potessero funzionare da riparo. La biblioteca sembrerebbe simboleggiare perfettamente tale funzione protettiva: è calda, ordinata, contiene una porzione non piccola del sapere umano. Essa però può poco contro gli orrori della storia e della vita in generale: il giovane Alberto Finzi-Contini muore prematuramente per una malattia che non gli lascia scampo. Poco dopo, nell'autunno del 1943, la sorella Micòl, il professor Ermanno e la signora Olga vengono deportati in un lager tedesco, dove troveranno la morte.
Il lavoro di studio e formazione che Ermanno Finzi-Contini ha svolto per decenni non è stato però vano. Ne è in fondo riprova proprio l’io narrante (che, come detto, è alter ego dell’autore): il ragazzo è sopravvissuto agli eventi e, anche grazie alle lunghe conversazioni, alle letture effettuate in quella casa e alla frequentazione della famiglia Finzi-Contini è diventato un uomo maturo e amante della libertà. I libri, le biblioteche e lo studio potrebbero talvolta sembrare una torre d’avorio, ma in realtà contengono sempre dei semi molto preziosi, che prima o poi non mancheranno di dare i propri frutti.
(articolo di Gianluca Schiavo)
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