Il suo nome significa "oppresso dal dolore", niente di più adatto, purtroppo, per una donna destinata a nascere in uno Stato dell'Asia meridionale. Ma lei ha cambiato il suo destino, ha alzato la testa davanti ai suoi oppressori e ha parlato.
"Io sono Malala" è un libro autobiografico, pubblicato per la prima volta da Garzanti nel 2013, con lo scopo di divulgare la storia di una giovane attivista pakistana, vincitrice del Premio Nobel per la pace del 2014. Racconta di Malala Yousafzai che sin dall'età di undici anni si dedicò, attraverso il suo blog, alla denuncia delle molteplici violazioni dei diritti civili delle donne da parte del regime dei talebani pakistani. La sua battaglia nasce innanzitutto per il diritto all'istruzione, riconosciuto dall'ONU come fondamentale e inalienabile, ma al contrario bandito con un editto dal regime talebano perché ritenuto "simbolo degli infedeli e delle oscenità".
Il 9 ottobre del 2012, a soli 15 anni, tornando da scuola, Malala subisce un attentato e viene ferita da alcuni colpi d'arma da fuoco alla testa. Contro ogni aspettativa, miracolosamente sopravvive e torna a battersi per i bambini, per le donne e per tutti coloro che subiscono ingiustizie e vivono nella disuguaglianza. Il suo coraggio fa il giro del mondo e la conduce al palazzo delle Nazioni Unite di New York, nel luglio del 2013, dove con il capo avvolto dal velo di Benazir Bhutto (politica pakistana che ha lottato per fare della sua Nazione un Paese democratico e libero, per poi morire in un attentato nel 2007), esordì dicendo:
"Capiamo l'importanza della luce quando vediamo l'oscurità, della voce quando veniamo messi a tacere. Allo stesso modo nel Pakistan abbiamo capito l'importanza di penne e libri quando abbiamo visto le pistole. Ma la penna è più forte della spada. È per questo che il potere dell'istruzione fa loro paura, così come hanno paura delle donne. Hanno paura del cambiamento, dell'uguaglianza all'interno della nostra società". Oggi siamo noi donne ad agire da sole, non chiediamo agli uomini di agire per noi come è accaduto in passato. Non sto dicendo agli uomini di non parlare a favore dei nostri diritti, ma mi batto perché la donna sia autonoma e lotti per sé stessa".
In queste voce è racchiusa la forza delle parole, che esplode senza ferire, costringendo gli occhi del mondo a guardare all'ineguaglianza che continua a dilagare, da oriente a occidente, per mezzo di piccole e grandi ingiustizie, alimentate dal silenzio e dall'ignoranza.
Malala lancia poi un appello per rivendicare il diritto all'istruzione dei bambini di tutto il mondo:
«Lasciateci prendere in mano i libri e le penne. Sono le armi più potenti. Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo».
Libro, dal latino "liber", ossia "essere liberi". La conoscenza può fare quindi di un bambino un adulto che pensa, consapevole, emancipato, che distingue ciò che è bene da ciò che è male e che non si lascerà schiacciare dal tiranno di turno. Perché, come sancisce l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, "tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti".
"Io sono Malala", tre parole ad intitolare la sua biografia, per affermare: "io esisto e nessuno mi ridurrà al silenzio". Un nome che non dimenticheremo, un nome di donna che rimarrà nella storia e che per sempre sarà un inno alla libertà e fonte d'ispirazione.
(articolo a cura di Miriam Tempone)
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