Oggi 21 marzo si celebra la giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale. Questa data è stata scelta per ricordare quando il 21 marzo 1960, in Sudafrica, in pieno apartheid, la polizia aprì il fuoco su un gruppo di dimostranti uccidendone 69 e ferendone 180. L'episodio è tristemente ricordato come il massacro di Sharpeville.
Proprio in quel periodo, per la precisione nel 1961, Frantz Fanon, psichiatra, antropologo e filosofo martinicano, pubblicò il saggio I dannati della terra nel quale affrontò temi come la violenza, il colonialismo e il razzismo inserendoli nella cornice della guerra d'indipendenza algerina. Fanon spiega e invita a riconoscere il razzismo non solo come evento storico, ma come una struttura mentale ancora presente e necessaria da abolire. Il colonizzatore infatti applica al genere umano il "numerus clausus", cioè decide chi è pienamente uomo e chi no. Così facendo il razzismo diventa lo strumento ideologico che giustifica sfruttamento, violenza e disumanizzazione.
Il primo passaggio verso la distruzione del razzismo è la presa di coscienza dell'uguaglianza ontologica, in primis da parte dei colonizzati e dei discriminati che devono comprendere di non essere in nessun modo inferiori al colono così come quest'ultimo ha cercato di dimostrare, ovviamente invano.
"Il colonizzato scopre che la sua vita, il suo respiro, i battiti del suo cuore sono gli stessi del colono. Scopre che la pelle del colono non vale più della sua."
Il passaggio centrale poi secondo Fanon per l'eliminazione della discriminazione razziale è il processo di decolonializzazione. Bisogna reprimere "il colono che c'è in noi" perché finché esisterà il rapporto coloniale esisterà il razzismo. È necessario quindi attuare una profonda trasformazione delle strutture e delle coscienze ed è questo che vogliamo ricordare in questa giornata: eliminare il razzismo non significa solo cambiare le leggi, ma rifondare l'umanità su basi non gerarchiche.
"La decolonizzazione è veramente creazione di uomini nuovi."
La prefazione del testo fu scritta da Jean-Paul Sartre, che all'epoca sosteneva la causa algerina, e se Fanon nell'opera si rivolge ai colonizzati, a chi deve lottare e ribellarsi, Sartre nella prefazione si rivolge ai coloni, agli europei, a coloro che hanno reso il razzismo lo strumento di potere più incisivo della Storia. Quello di Sarte suona come un rimprovero, ma anche come un appello, una richiesta di impegno.
"Anche noi, gente d'Europa, ci si decolonizza: ciò vuol dire che si estirpa, con un'operazione sanguinosa, il colono che è in ciascuno di noi."
Dunque facciamo sì che giornate internazionali come quella di oggi non siano futili, usiamola per riflettere, per leggere anche solo qualche spezzone dell'opera di Fanon e per chiederci a che punto siamo sul nostro percorso, personale e collettivo, per l'eliminazione della discriminazione razziale. In un mondo che invece di andare avanti torna indietro, in un mondo in cui di colonialismo ce n'è ancora molto (più di quello che pensiamo), proviamo a fare il modo che la cultura sconfigga l'ignoranza più violenta.
(articolo a cura di Sveva Serra)
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