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«La Fantaisie polonaise era solo un pretesto allo scatenarsi di forze che sommuovono e fanno esplodere tutto ciò che di solito viene accuratamente occultato dall'ordinamento umano». Parole che bene lasciano intendere lo scopo del libro che ri-vela aspetti profondi della natura umana.

In fondo ogni libro è un luogo di creazione e al tempo stesso teatro anatomico dell'animo umano. Ri-vela poiché nel momento stesso in cui riesce a far emergere significati profondi, li vela nuovamente ma di una poeticità, quali sono le parole di Márai, che rendono digeribili aspetti molto crudi dell'uomo, dell'amicizia, dell'amore. È questo stesso aspetto di poeticità che fece dichiarare all'autore di non amare questo libro perché eccessivamente romantico. Viene da aggiungere, perché eccessivamente autobiografico, non certamente in senso storico ma sicuramente i personaggi sono parti della psiche dell'autore e, in fondo, parti del nostro essere uomini.

Il libro è stato scritto nel 1942, autore ungherese, inizialmente non ha successo (come troppo spesso capita ai grandi autori, forse perché individuando qualche aspetto profondo dell'animo umano e restituendolo ai lettori ne incontra anche la loro resistenza), arriva in Italia nel 1998. È uno dei libri più conosciuti dell'autore al grande pubblico ma i critici non sono d'accordo nel ritenerlo il suo capolavoro.

In effetti la poeticità e lo stile romantico che lo caratterizzano appaiono a tratti prolisso e stucchevole. La vicenda si apre con l'arrivo di una lettera che annuncia un incontro atteso da quarantuno anni. Atteso perché Henrick, il generale, sapeva che sarebbe arrivato il momento di quest'incontro e lo attende, lo attende ritirandosi nelle sue stanze, prima nel casino di caccia e poi in un'ala del castello. Un ritiro che, al pari di quello di altri grandi autori come Emily Dickinson, rivela un viaggio, un'esplorazione approfondita dell'animo umano per dare risposta ad un contenuto enigmatico che, dal momento nel quale si genera (in questo caso il tradimento e la fuga dell'amico Konrad), segna la vita di uno dei due protagonisti. A partire dal recepimento della lettera, narrandoci alcuni particolari della vita infantile e famigliare di Henrick, il romanzo si cala poi in un profondo monologo del generale con l'amico atteso Konrad.
Monologo che, durante la lettura, può apparire fin troppo prolisso e che si chiude, così com'è cominciato, non lasciando alcun posto al suo interlocutore che giace, praticamente sempre, in silenzio. Silenzio che è lo specchio dell'Altro (Altro fisico e Altro da sé o rispetto a sé), silenzio nel quale una parola vera, dalle profondità dell'anima può giungere. Nessuna risposta dunque sul presunto tradimento (presunto perché nonostante si lasci intendere ci fosse stato non se ne hanno le prove), nemmeno quando la si potrebbe avere consultando il piccolo diario che il generale decide di dare alle fiamme. Nessuna risposta nemmeno sul presunto desiderio di Konrad di uccidere Henrick. Niente, nessuna, nulla. Ed è a partite da questa mancanza (messaggio enigmatico) che si genera il monologo del generale, monologo durato quarantuno anni e che lascia insoddisfatto il desiderio del lettore di sapere la risposta. Che lascia insoddisfatto anche Henrick di questo. Ma è davvero così?

Chiudendo il libro, nella sua ultima pagina, con le parole (senza spoilerare nulla, credete il libro è un viaggio e la storia in sé perde la sua centralità): «come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole», l'autore sposta la centralità del racconto e quello che rimane è il viaggio compiuto nei sotterranei dell'anima umana.
Emergono significati profondi sull'amicizia come il luogo dell'Eros senza meta sessuale (usando parole psicoanalitiche), della musica come ciò che si vive non solo con la coscienza ma anche con il corpo. Emerge il tema della morte, dell'aggressività come connaturata all'animo umano e come legata alla sessualità (è il periodo della guerra, questo non va dimenticato, il periodo nel quale Freud ha pubblicato Al di là del principio del piacere, Caducità, Perché la guerra? un carteggio con Albert Einstein, il periodo di Eros e Thánatos e dell'ambivalenza emotiva tra amore e odio verso la stessa persona). Emerge, in fondo, il tema del doppio come nel mito di Anfitrione e Alcmena, dell'opposto da sé senza il quale non si può essere un Uno, non si può raggiungere il Sé.
Così da un lato Konrad (passione, spirito) e dall'altro Henrick (natura fredda e oggettiva). E il tradimento di Konrad, la perdita dell'amico è per Henrick molto dolorosa in fondo perché perdendo lui perde quella parte di sé (la bellezza dell'arte, la leggerezza dello spirito) alla quale lui non riesce ad accedere. Allora il messaggio enigmatico non è più se l'amico lo avesse tradito con la sua moglie Kristzina, se lo volesse davvero uccidere e se per questo è scappato, ma diviene una riflessione su questi opposti, un'incapacità a capire l'altra metà della mela e che deve essere accettata così come si presenta, nel suo misterioso essere diversa, opposta da sé, desiderata e irraggiungibile ma punto al quale sempre si tende. Così le risposte non hanno più importanza, forse perché nemmeno possono più essere pronunciate, e il diario può essere dato alle fiamme. E quel messaggio enigmatico, quel qualcosa che ancora sfugge e quella estrema distanza tra gli opposti, Henrick e Konrad, tra natura e spirito che esclude la parola, lascia una domanda che non può essere pronunciata e un bacio, l'amore, l'Eros, che tende a ricondurre i due opposti all'unità.

Allora cosa può dirci questo libro sulla nostra natura e sulla nostra attualità? In fondo natura e spirito sono due opposti che sorreggono l'uomo, uomo inserito in un processo di enantiodromia, e oggi, in un tempo dove l'angoscia ontologica dell'uomo vorrebbe essere sedata, ove la mancanza che la genera è stata trasformata in vuoto e riempita dai beni di consumo, e si è idealizzata la tecnica e la scienza, occorre recuperare quella parte dell'animo umano misteriosa, da mýō (sto chiuso, come chiuso stava Henrick in un'ala del castello a compiere quel suo solitario viaggio nell'animo) e della quale le fantasie polacche sono un richiamo.

(articolo a cura di Marco Marcato) 

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