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La parabola letteraria di Elsa Morante (Roma, 18 agosto 1912 - Roma, 25 novembre 1985), scrittrice, poetessa e traduttrice, può essere legittimamente considerata un caso a sé stante nel Novecento italiano.

Forte di una formazione quasi interamente autodidatta (compie studi irregolari e abbandona precocemente l'università), ancora fanciulla rivela una predisposizione per il puro gusto fabulatorio, pubblicando racconti e poesie per bambini su giornalini da lei stessa illustrati. Esordisce ufficialmente con la raccolta Il gioco segreto nel 1941, l'anno in cui sposa Alberto Moravia, compagno di un sodalizio umano e culturale destinato a durare un ventennio. Emerge evidente già in quest'opera la lontananza, oltre che dalla letteratura fascista, anche dalle prime esperienze neorealistiche maturate da Pavese, Vittorini e dallo stesso Moravia.
La propensione alla fiaba, ad una dimensione mitica e atemporale, che traluce in personaggi dall'essenza magica ed onirica, costituisce il sostrato di tutta la sua poetica e trova radice nelle simpatie della scrittrice per il Don Chisciotte di Cervantes e per la scrittura di Melville, Stendhal, Saba e Penna.
Spesso l'attitudine al fantastico si coniuga con ambientazioni che prediligono il Meridione come scenario d'azione, indagato da una prospettiva di fascinazione dei suoi archetipi più barbari e superstiziosi, nonchè nell'esasperazione idolatra del fattore religioso. La Morante inizia ad avvicinarsi a questo poliedrico ed ancestrale universo dal 1943, quando, in seguito all'invasione tedesca, è costretta a lasciare Roma e a rifugiarsi a Cassino, dove inizia la stesura di Menzogna e Sortilegio (1943-1948). Per il suo romanzo d'esordio l'autrice sceglie la narrazione in prima persona (è la giovane Elisa ormai orfana a raccontare la storia della sua famiglia) ed un'ambientazione cupamente siciliana, caratterizzata dagli spettri di un feudalesimo ancora vivo nella sua primitiva fissità di ruoli e regole ataviche . Gli unici a "salvarsi" da questo mondo non sono coloro che possiedono la terra, bensì gli umili che la lavorano, i contadini, evidente richiamo a quel mondo arcaico e primitivo in cui l'arte della fabulazione tanto cara all'autrice è tradizionalmente coltivata e valorizzata.
Questa predilezione per gli ultimi e le anime semplici si può ritrovare anche ne L'isola di Arturo (1952-56), secondo romanzo d'ambientazione meridionale, grazie al quale nel 1957 diventa la prima donna insignita del Premio Strega. In quest'opera traspare soprattutto l'utilizzo del mito come fuga dalla realtà, come consolatio che il personaggio esercita su se stesso per sopportare meglio le lacune ed i dolori della propria esistenza.
Nel penultimo libro La Storia (1974), (incentrato sulle drammatiche vicende di una famiglia meridionale a Roma nel periodo bellico e post-bellico) culmina invece la sua avversione alla Storia in quanto fenomeno sociale e umano, definita come "uno scandalo che dura da diecimila anni". Per l'ennesima volta dimostra di provare repulsione per la prevaricazione che il più forte esercita sul più debole, soprattutto grazie alle forme di potere organizzato che si sono evolute. Proprio per questo motivo sostiene per l'ennesima volta il ritorno a quel mondo primitivo, arcaico, puro e non ancora contaminato nei suoi valori dal progresso.
Anticonformista, anarchica, selvatica, solitaria: Elsa Morante enuclea nella sua scrittura ognuno di questi caratteri, rivelandosi artefice di personaggi che prorompono dalla pagina come monadi perfette, in grado di alimentarsi di vita propria, solitarie e sicure.

(articolo a cura di Francesca Mazzino)

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