A chiamarlo "classico" si commetterebbe un reato. Un intellettuale che, per gran parte della sua vita, ha combattuto contro il canone del "bello perpetuo", contro quell'archetipo, quel topos classico così secolarmente definito e standardizzato, non ne sarebbe di certo contento. Manzoni non è stato il primo scrittore del romanzo in Italia - al tempo un genere letterario considerato basso e di scarsa qualità - ma è stato il primo grande rivoluzionario del genere. Leggere I Promessi Sposi e non conoscere la lunga gestazione artistica dell'autore, ossia del come e del che cosa si è nutrito prima di approdare a questa nuova arte romantica, è proprio godere a metà.
La volontà di Manzoni, oltre a voler raccontare una "storia molto bella", come ci suggerisce già l'introduzione del romanzo, è molto più profonda. Questo ideale di egualitarismo imbastito di vecchia educazione illuminista e rilanciato nello spirito romantico impregnato di religione cristiana, ha un progetto unico: creare una lingua comune che possa unire un'Italia politicamente divisa.
Per la prima volta nella storia del romanzo europeo, personaggi umili con un linguaggio semplice diventano i protagonisti del racconto. Ma la questione non finisce qui, abbiamo altre due importantissime novità: la Storia e la Natura.
La Storia entra di prepotenza all'interno del racconto e condiziona la vita dei personaggi.
Ugo Foscolo, nel suo saggio sulla novella di Luigi Sanvitale, non solo riconosce il romanzo come un genere letterario autonomo, ma sostiene che la vita degli uomini e la politica siano un binomio inscindibile; la storia condiziona le scelte dei grandi, come quelle dei piccoli, la vita di intere famiglie o di singoli individui.
Queste saranno teorie che Manzoni pian piano si troverà ad affrontare scavando a fondo nella storiografia per recuperare materiale per le sue due tragedie: Il conte di Carmagnola e l'Adelchi. Mentre legge la storia dei Longobardi, Manzoni si rende conto che nessuno ha mai dato voce ai piccoli "fuscelli" della storia, perché la storia non è solo una carrellata di fatti evenemenziali che ci vengono spiattellati, ma rappresenta anche ciò che l'uomo ha subito, patito, sofferto e deciso.
Questo la storia non ce lo dice mai, perché questo è il compito della poesia. Il vero drammatico, spiega Manzoni, è il connubio perfetto tra il vero storico e il vero poetico. Il vero poetico si appresta a diventare il filo intrusivo di un chirurgo che sonda con perizia lo spazio del cuore. Il cuore umano ha bisogno di tempi molto lunghi, Manzoni lo sa bene, e si appresta ben presto a voler rischiare tutta la sua fama, costruita con dovizia tramite Inni Sacri e tragedie storiche, approcciandosi a questo nuovo genere letterario considerato indegno.
La Natura, invece, non è più trattata come specchio in cui gli autori trecentisti immergevano i propri umori, no, qui la natura respira, diventa personaggio e partecipa in prima linea all'emotività di chi quella storia la vive. Diviene immagine spazializzata all'interno della mente umana, totalmente interiorizzata.
Il tremore lunare del famoso Addio Monti ha rappresentato una Lucia impaurita e "tutta tremante"; il tramonto purpureo ha declinato il segno di una nuova era per la conversione dell'Innominato; il vortice dei tumulti di San Martino si sono palesati in un climax ascendente, che partendo dalle "gocce cadenti su uno stesso pendio" hanno trasformato gli uomini in animali, branco, in "gente bestiale", provocando una vera e propria burrasca; il clima di una Milano appestata, con quel nebbione nel cielo, quel sole negato, quel calore morto, quell'aria immobile, ha aggravato la catabasi di Renzo verso il mondo pestilenziale del morbo fatale che si è diffuso nel 1630 all'interno del lazzaretto.
Per commentare i Promessi Sposi dignitosamente, bisognerebbe scrivere un saggio, non una breve recensione: il materiale è veramente troppo e il sottinteso urla più forte di ciò che si legge nei caratteri stampati.
L'enunciato è solo un indizio che raccoglie il vibrante terremoto del sottotesto in cui è contenuto il vero senso, il fine ultimo del significato. Manzoni aborre la frode del linguaggio, il suo compito è educare il pubblico, vuole responsabilizzare il suo lettore e allenarlo a costruire un'autocoscienza critica, capace di osservare e giudicare.
Dopo la prima minuta del Fermo e Lucia, Manzoni cambia tutto, dal linguaggio allo schema narrativo, compreso il suo stesso intervento autoriale tra le pagine.
L'edizione del 1823, quella del 1827 e l'ultima del 1840, però, non devono essere considerate opere diverse. Critici come Dante Isella, infatti, ritengono che questo romanzo sia il frutto di un processo di maturazione da parte dell'autore e il lettore più attento non potrebbe far altro che concordare.
Ciò che apparentemente sembra essere stato eliminato dalle edizioni del '23 e del '27, in realtà viene sapientemente assorbito nella narrazione definitiva della Quarantana. Il tono saggistico-polemico dell'autore dei primi scritti acquisisce una delle più grandi conquiste di carattere narrativo, ossia l'ironia.
Ma Manzoni, autore immensamente cristiano, profondamente riflessivo, si domanda se questa
figura retorica sia conforme a spiegare lo spazio interno dei protagonisti o se, al contrario, pecchi di mancanza e tenda troppo a sbeffeggiare l'operato degli uomini, esaurendo le loro azioni in semplice meschinità. Manzoni troverà risposta nel moralista secentesco Pascal, di cui è profondamente ammiratore, il quale sostiene che l'ironia è altamente morale ed educativa per l'uomo che ride dei propri errori e li sfugge.
Il romanzo dei Promessi Sposi è un vero e proprio organismo vivente, si guarda "con e attraverso" il personaggio che vive la storia.
Il modo di comunicazione da parte dell'autore avviene in tre modi: 1) espresso attraverso la focalizzazione interna del personaggio che guarda, 2) rapporto tra narratore-narratario, 3) direttamente appellandosi al lettore, il quale grazie al rapporto epistemico, ossia sul valore cognitivo della narrazione, può alternare momenti di partecipazione emotiva e d'identificazione, a momenti di completo distacco in cui scruta, si ferma, contempla e giudica.
Manzoni fornisce ai suoi "venticinque lettori" la cosiddetta retorica del giudizio, ossia i mezzi, i modi e il linguaggio per poter leggere l'opera, che si apre alle categorie del vario e del molteplice. L'interesse dell'autore si fonda sulla pluriprospettività e sulla pluridiscorsività. L'egualitarismodi fondo consiste proprio nel dare valore a tutti i personaggi del romanzo, sia primari, sia secondari, sia adiuvanti, sia opponenti, e tenere in alta considerazione ogni punto di vista, sia nel bene che nel male. D'altronde, come commenta il narratore nei riguardi di quel grottesco ma irresistibilmente umano Don Abbondio: "tra il bene e il male non si può dare un taglio così netto".
Il mondo del Seicento è un mondo che ha subito una frattura tra le parole e le cose, tra il senso e le cose, l'uomo non può conoscere il senso complessivo della vita, solo Dio può farlo, essendo lui l'artefice e il creatore.
La Provvidenza è intrisa nelle pagine del romanzo, e come potrebbe non esserlo in un romanzo che si presenta storico e che vuole rappresentare la realtà del Seicento dopo il Concilio di Trento?
La religione è un tutto nella dimensione post-tridentina che lo abita. La gente dei Promessi Sposi, esattamente come la gente dell'epoca secentesca, cerca una cosa che fondamentalmente non troverà mai: la visione provvidenzialistica all'interno della storia.
I personaggi sono convinti che la Provvidenza operi dalla parte dei giusti e punisca i malvagi. La visione religiosa dei personaggi, di cui nutriamo un grande affetto, crede nella misericordia e nell'abbandono fiducioso in Dio, mentre il narratore ha tutt'altra visione: il narratore, infatti, al contrario dei suoi personaggi che pongono fiducia in Dio, possiede la fede.
La fede di Manzoni comporta una visione consapevole dell'uomo, a cui è negata la conoscenza dell'utile e della giustizia divina, poiché solo la Provvidenza può servirsene per operare nei modi che secondo Lei sono considerati più opportuni e che investano sia la vita sulla terra sia quella ultraterrena. La Provvidenza agisce in maniera imperscrutabile, essendo essa stessa imperscrutabile. Manzoni sa che i piani divini sono indecifrabili per la mente umana, infatti "il sugo di tutta la storia" sarà proprio la conoscenza da parte di Renzo e Lucia nell'aver chiarito, tramite le loro esperienze, che la storia non può essere magister vitae, che il relativismo storico serpeggia infinito nelle vicende degli uomini. Nulla è definito, mai, e altri guai da affrontare torneranno durante il proprio percorso individuale, sia che l'uomo se li vada a cercare, sia che adotti una condotta cauta e pacata: la soluzione è quella di credere e pregare in Dio, affinché il peso di questo male possa essere addolcito e ritorni utile nell'altra vita.
Questo romanzo è straordinariamente attento ad indagare le cause e le conseguenze di ogni situazione e di ogni personaggio. Tutti noi ricordiamo Gertrude e quella raffinatissima indagine psicologica che porterà in soli due capitoli (nel Fermo e Lucia erano sei) a scavare l'animo di una donna chiamata "infelice", che non ha saputo dire di no, a causa del suo amore edipico per il principe padre, il quale governa la sua famiglia come un'istituzione. Quel "no" non detto ha portato il fiore della sua giovinezza ad abbattersi fino a far emergere una patologia nevrotica abissale, nutrita di vergogna e senso di colpa, descritta dal narratore in uno spazio che investe sia la mente sia il corpo di Gertrude: il suo incedere, i suoi scatti repentini o le sue movenze descritte "languidamente", più improntate verso una cura secolaresca che nella vita di un chiostro a cui è stata costretta. Una vita insomma tramutata in non-vita, come sembra accadere anche per un altro personaggio indiscutibilmente romantico della storia, ossia il tiranno straordinario, l'Innominato, descritto come il "tremendo esaminatore di se stesso" con una mente attiva nell'intrinsichezza dei rimorsi del passato, per una vita spesa nella "scola infernale", piena di delitti e scelleratezze e nei dubbi amletici profondi e contraddittori del presente, sulla questione terrificante della morte e del post-mortem, che "già da tempo" si erano inoltrati nel suo animo.
Manzoni però non mette il punto nella storia d'invenzione dei Promessi Sposi, ma decide di concludere l'opera nel 1842 inserendo in appendice la Storia della colonna infame, uno scritto esclusivamente storico, diviso in un'introduzione e sette capitoli, in cui si sofferma a raccontare l'ignoranza bestiale di un governo arbitrario, che pressato da una psicosi collettiva ha fatto una vera e propria carneficina, torturando e mandando a morte innocenti accusati di essere degli untori, ossia coloro che erano ritenuti responsabili di spargere unguenti velenosi con il fine di diffondere il morbo della peste. Manzoni, ricordiamolo, nipote di Cesare Beccaria, autore dei Delitti e delle pene, si interroga sul male, chiedendosi se questo male sia causato da una condizione storico-politica o se sia il frutto di un atto immorale dell'uomo. È proprio la seconda ipotesi ad avere la meglio e l'autore ci racconta, per l'appunto, le torture subite e le condanne a morte di uomini innocenti come Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, accusati di crimini che non solo non avevano commesso, ma che neanche esistevano. Nel sesto capitolo, però, l'autore ci mostra come i giudici sapranno eseguire perfettamente a dovere i loro compiti, con devozione e responsabilità civile, quando davanti a loro si ritroveranno un altro accusato, Gaetano de Padilla, figlio di un nobile, che proprio per questa discendenza avrà sia un processo eseguito rispettando perfettamente i criteri legislativi, sia un'assoluzione finale. La macchina della tortura, secondo la letteratura giurisprudenziale, era un macchinario riconosciuto dalla legge, ma doveva essere utilizzato solo ed esclusivamente in casi di estrema necessità, per cui l’operato del governo stava anche agendo illegalmente. Il settimo capitolo si concentra su una grande invettiva contro tutti gli intellettuali (ad esclusione di Pietro Verri), che non hanno avuto voglia di indagare e scoprire la verità e hanno perpetuato questa falsa e ignobile credenza, quando il loro primo compito estetico-etico, secondo Manzoni, dovrebbe essere imporre il vero come soggetto. I Promessi Sposi parlano di un male subito da altri, mentre la Storia della colonna infame si concentra su un torto commesso ad altri ma, in entrambi i casi, Manzoni ci parla del libero arbitrio e di come siano le nostre scelte e le nostre condotte morali ad operare sia nella micro-storia che nella macro-storia, le quali sono unite più di quel che pensiamo.
Nella vita, come dice il narratore dei Promessi Sposi, "si dovrebbe imparare a far meglio piuttosto che a star meglio". È un romanzo molto profondo, che convive nell'intertestualità di altre opere letterarie, ma anche nell'intratestualità degli scritti di Manzoni stesso.
Abbandonate il vecchio ricordo scolastico e immergetevi con maturità in un romanzo che ha bisogno soltanto di un grande inchino.
(articolo a cura di Miriam Di Miceli)
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