"Se provo a pensare a quello che ho fatto, devo dire che certamente non sapevo mai quale sarebbe stato il prossimo passo."
Così scrive Calasso, così recita a pagina 13 l'incipit di Opera senza nome, Adelphi, 2024. Pubblicazione postuma, perché il Direttore della Casa Editrice milanese è spirato nel 2021. Poco più di 150 pagine per pennellare i tratti di un percorso letterario che dagli Anni Ottanta sfugge ai tentativi di classificazione e che la morte dell'Autore stronca sulla tappa undicesima, La Tavoletta dei Destini, Adelphi, 2020. L'ultimo tassello della caleidoscopica "Opera senza nome" si consuma in 139 pagine. Come nei titoli che lo precedono, si stenta a collocare gli attori, il mondo è fluttuante e ondivago come una stampa del Giappone. Vi si narra di Sindbad il Marinaio e del suo impossibile incontro con Utnapishtim il Remoto, antesignano mesopotamico di Noè. Il luogo è Dilmun, vuoto che si espande in ogni direzione, al di là del fiume Apsu, dove conduce la sua vita che non si consuma. A pagina 43, unica immagine del libro, Dilmun: protuberanze coniche che punteggiano il nulla, ordinate come numeri, paurosamente immobili.