… venne fatta vibrare una corda dopo l'altra, e in breve la mia mente fu colma di un unico pensiero, un'unica concezione, un unico scopo. "Tanto è stato fatto, - esclamò l'animo di Frankenstein, - ma molto, molto di più realizzerò io: … aprirò una nuova via, esplorerò poteri sconosciuti e rivelerò al mondo i più profondi misteri della creazione.1
Ci si potrebbe giustamente domandare fino a che punto l'essere umano sia disposto a spingersi mosso dalla tracotanza (propria della filosofia greca) e dalla volontà creatrice (volontà di potenza esercitata liberamente in seguito alla morte di Dio nietzschiana). Analizzando determinati aspetti e passaggi chiave, l'autrice britannica, a mezzo secolo di distanza dal pensatore tedesco, risponde a questo interrogativo attraverso il celebre personaggio uscito dalla sua penna: Victor Frankenstein. Lo scienziato, protagonista dell'opera di Shelley, incarna alla perfezione la superbia di cui parlavano i filosofi greci dimostrandosi come colui che sopravvaluta se stesso e le proprie capacità violando le leggi dell'uomo e degli dei: nel corso della storia, alla stregua di un moderno Prometeo (sottotitolo dell'opera), egli si sostituisce a Dio nell'atto divino per eccellenza, ossia la creazione della vita.